La Befana e la sua simbologia

 

“Così che la Vecchia, nella sua connotazione di Befana, riassume in sè la raffigurazione sia della Madre Terra nel tempo invernale sia dei defunti, anch’essi soggetti a una situazione in apparenza “statica” e all’attesa della rinascita, del rinnovamento vitale. (…) perchè sia i semi sia i trapassati sono sepolti nella terra per addivenire a nuova vita. (…)  Ai primi di gennaio, non appena superata la crisi solstiziale, la Befana chiede devozione e sostentamento agli uomini e ai loro riti (ad esempio con le queste della Pasquella), e qualcosa dà, come promessa del tempo che si rinnova, della vegetazione e dei raccolti che torneranno, della protezione degli Antenati sulla vita degli umani  (con i doni che porta nelle case, ecc.).”

(“La Vecchia, la Befana”, da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

 

 

La Befana, come tutti i personaggi del folklore natalizio, è una figura altamente simbolica. E cosa simboleggia ce lo spiega più che bene la citazione che ho riportato in apertura di questo articolo, tratta da un libro che ho cominciato a leggere proprio durante l’Avvento. Ma che rappresentano i molti altri elementi legati all’arrivo della Befana e ai doni che porta? Scopriamolo insieme.

 

 

Le scarpe rotte

La Befana arriva dopo un lungo e faticoso percorso durato 12 mesi: è la fine di Dicembre e l’anno, consumato, vecchio e logoro, sta per concludersi. E’ un anno che, dopo aver dispensato i suoi ultimi frutti, simboleggiati dai doni della Befana, sia avvia alla rinascita che porta con sè l’anno nuovo.

La scopa

Simboleggia la purificazione e il rinnovamento. La scopa spazza via la negatività e tutti i mali dell’anno appena trascorso, inoltre rimanda ad alcune antiche figure, o divinità, femminili (Perchta e le dee della mitologia romana Diana, Satia e Abundia, tra le altre), che usavano volare sui campi dopo la semina per propiziare l’abbondanza dei raccolti. La scopa, in questo caso, ha la facoltà di cacciare gli spiriti maligni dai terreni per dare a questi ultimi la possibilità di nascere a nuova vita.

 

 

La discesa dal camino

Per le culture arcaiche, il camino rappresentava un canale di comunicazione privilegiato tra il Cielo e la Terra. Questa linea verticale che connetteva i due mondi veniva detto “axis mundi”, ovvero “asse cosmico”. La discesa lungo il camino compiuta dalla Befana, dunque, simboleggia la volontà della “Vecchia” di dare il giusto verso all’asse cosmico ripristinandone il corretto posizionamento.

I doni 

Anticamente, nel suo sacco la Befana stipava arance e mandarini in quantità, noci e frutta secca, monete di cioccolato, carbone. Questi doni avevano un significato simbolico legato all’abbondanza, alla prosperità; propiziavano fecondità. Erano un augurio di lunga vita e opulenza per il futuro raccolto. Le monete di cioccolato, invece, rimandavano all’oro portato a Gesù Bambino dai Re Magi: un auspicio di benessere e ricchezza.

 

 

Il carbone

Era direttamente associato agli antichi riti dei falò solstiziali, che si accendevano per favorire e alimentare la potenza del Sole. Ma il carbone è anche il redisuo del “vecchio” che viene bruciato per fare spazio al “nuovo”, un significato che si ricollega ai falò di fine anno tipici di molte regioni italiane. Diversi anni orsono, il carbone e la cenere dei falò venivano sparsi sui campi per propiziare la fertilità del terreno. Il carbone aveva dunque una valenza beneaugurante, ma il Cristianesimo lo tramutò in un regalo punitivo per i cosiddetti “bambini cattivi”. Oggi, il carbon dolce ha ovviato a tale accezione conferendo un tocco di delizia anche a questo tipico dono della Befana.

La calza e le scarpe dei bimbi

Sono state date molteplici interpretazioni della calza, ma anche delle scarpe dei bambini, che venivano posizionate accanto al focolare affinchè la Befana le riempisse di doni. Per alcuni studiosi, sia la calza che le scarpe sono emblemi di fertilità, in quanto associate a una potente simbologia sessuale (basti pensare al piede che si insinua al loro interno). Rappresentano, dunque, un auspicio di fecondità, non a caso l’Epifania era considerata una ricorrenza ideale per il corteggiamento o annunciare una nuova unione. Altri studiosi associano la calza a dispensatori di abbondanza come la cornucopia, ma contemporaneamente risaltano il suo valore in qualità di oggetto della quotidianità. Altri ancora la riconnettono al lavoro della filatura, diretto da divinità apposite e ricco di profondi significati mitologici. Le scarpe dei bimbi sono anche viste come un simbolo del cammino che il nuovo anno, e il nuovo sole, si accingono a compiere: un anno e un sole “fanciulli”, appunto.

 

 

L’invisibilità

Quante volte, da bambini, abbiamo cercato di spiare l’arrivo della Befana alzandoci a notte fonda? Eppure, la Befana non si faceva mai vedere. Da un lato, perchè all’ora in cui arriva i bambini sono soliti dormire, dall’altro perchè, secondo antiche leggende, chi incontrava la Befana, o la vedeva soltanto, avrebbe subito delle spiacevoli conseguenze. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro delle usanze del periodo natalizio, quando diventa implicito che – folkloristicamente parlando –  gli umani si rapportino ad ogni manifestazione del sacro o del soprannaturale mantenendo la giusta distanza.

 

Foto via Unsplash, Befana via Pixabay

 

La Notte di San Silvestro: storia, tradizioni e il fascino antico del Capodanno

 

La notte del 31 dicembre è un confine sottile, un ponte sospeso tra ciò che lasciamo e ciò che speriamo. È una soglia che attraversiamo ogni anno, spesso con un misto di nostalgia e desiderio, senza forse ricordare che questa data porta con sé una storia lunga e stratificata, fatta di riti antichi, tradizioni popolari e memorie religiose. Il suo nome, “Notte di San Silvestro”, ci riporta a un tempo lontano, quando la figura di un Papa del IV secolo, Silvestro I, si intrecciò con il calendario civile, lasciando un’impronta che ancora oggi accompagna il nostro passaggio all’anno nuovo.

Chi era San Silvestro?

San Silvestro I fu Papa dal 314 al 335, un periodo cruciale per la storia del cristianesimo. Era l’epoca dell’imperatore Costantino, il sovrano che pose fine alle persecuzioni e concesse libertà di culto ai cristiani. Silvestro non fu un Papa guerriero né un politico aggressivo: viene tradizionalmente ricordato come un uomo mite, prudente, capace di guidare la Chiesa in un momento di grande trasformazione. A lui sono legate alcune delle prime grandi basiliche romane, come San Giovanni in Laterano e San Pietro, che sotto il suo pontificato iniziarono a prendere forma come luoghi di culto monumentali. Morì il 31 dicembre del 335, ed è per questo che la sua memoria liturgica si celebra proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

 

 

Nel corso dei secoli, la sua figura è stata avvolta da leggende: una delle più note racconta la sua vittoria sul drago, simbolo del male, e la conversione dell’imperatore Costantino. Sono storie che appartengono più alla devozione popolare che alla storia documentata, ma che testimoniano quanto la sua figura fosse amata e percepita come protettrice e beneaugurante.

 

 

Le origini antiche del Capodanno

Molto prima del Cristianesimo, il passaggio da un anno all’altro era vissuto come un momento sacro da molti popoli. Gli antichi Romani, già dal 153 a.C., avevano fissato l’inizio dell’anno al 1° gennaio dedicandolo a Giano, il dio bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Era un periodo di riti di purificazione, scambi di doni, auspici di prosperità e banchetti che celebravano la luce che lentamente tornava a crescere dopo il Solstizio d’Inverno.

 

 

Nel mondo germanico e celtico, il periodo delle Dodici Notti — quelle sospese tra Natale ed Epifania — era considerato un tempo fuori dal tempo, in cui il velo tra i mondi si assottigliava. Si accendevano falò per proteggere le comunità, si praticavano riti per scacciare gli spiriti maligni e si invocava la luce per accompagnare il nuovo ciclo dell’anno.

 

 

Anche nel Mediterraneo antico il Capodanno era legato ai cicli agricoli e ai culti della fertilità: in Grecia, ad esempio, le feste dionisiache celebravano l’abbondanza, la rinascita e la vitalità che la natura avrebbe riportato con la primavera.

 

 

Tradizioni moderne: un’eredità che continua

Oggi la Notte di San Silvestro è una festa globale, ma conserva tracce evidenti di queste antiche radici. In Italia, lenticchie e cotechino sono simboli di prosperità; in Spagna si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte; in Giappone i templi risuonano di 108 rintocchi che segnano il distacco dalle impurità dell’anno passato; in Brasile si offrono fiori bianchi al mare come gesto di gratitudine e speranza. Ogni tradizione, pur diversa, racconta la stessa cosa: il desiderio umano di iniziare un nuovo ciclo con un gesto di luce. Per saperne di più sulle tradizioni italiane della Notte di San Silvestro, clicca qui.

 

 

Il significato profondo della notte del 31 dicembre

La Notte di San Silvestro non è soltanto un momento di festa: è un rito di passaggio. È il tempo in cui si ringrazia per ciò che è stato e si immagina ciò che verrà, in cui si chiude una porta e se ne apre un’altra. È una notte che invita alla memoria e al desiderio, alla gratitudine e alla speranza. Forse è proprio per questo che continua a emozionarci: perché ci ricorda che ogni fine contiene già un inizio, e che ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di ricominciare.

 

Foto via Pixabay e Unsplash

 

La capra di Yule, una delle più antiche tradizioni natalizie scandinave

 

Se siete stati in Scandinavia nel periodo natalizio, avrete sicuramente notato una singolare decorazione: la capra di paglia. Ne trovate molte, in varie dimensioni; le capre più piccole vengono appese all’albero di Natale, le più grandi sono monumentali, vere e proprie attrazioni turistiche. La capra di paglia, tradizionalmente, viene chiamata “capra di Yule” o “capra di Natale” (il nome Yule, di derivazione germanica, indica l’antica festa pagana del Solstizio d’Inverno); nelle lingue della penisola scandinava è stata battezzata julebukk in Norvegia, joulupukki in Finlandia e julbock in Svezia. Vi chiederete: ma cosa c’entra la capra con il Natale? A questa domanda va data una risposta approfondita.

 

 

Gli inizi, l’evoluzione e la simbologia

Per esplorare le origini della capra di Natale dobbiamo riferirci, innanzitutto, alla mitologia norrena. Cominciamo subito col dire che il carro di Thor, dio del fulmine figlio di Odino e della gigantessa Jord, era trainato da due capre magiche, Tanngnjóstr e Tanngrisnir . Pare che Thor se ne cibasse a cena e le ricomponesse con il suo martello, il Mjöllnir, la mattina dopo. Nel mito nordico, inoltre, esistevano diverse divinità che esibivano sembianze caprine. La capra rappresentava anche ciò che in Italia rappresenta il maiale: in Scandinavia, a Natale, una scorpacciata di carne caprina era tassativa. La figura della capra divenne ben presto simbolica del periodo della Natività. Dal XVII secolo si impose l’usanza dello Julebukking, un rito molto simile al Wassailing inglese. Durante le 12 notti che intercorrono tra Natale e l’Epifania, considerate incantate, i giovani erano soliti travestirsi e vagare, tra canti e scherzi, lungo le vie dei centri abitati. Il travestimento da capra di Yule non mancava mai. Queste scorribande erano associate a uno specifico rituale: i giovani in maschera, gli Julebukkers,  bussavano di casa in casa e sfidavano gli abitanti a scoprire la loro identità, oppure effettuavano una questua di dolci intonando cori natalizi; la tradizione prevedeva anche che un membro della famiglia ospitante si fosse unito al corteo degli Julebukkers.

 

 

Nel XIX secolo, come attesta una testimonianza del 1870, erano più che altro i bambini a dedicarsi allo Julebukking; un membro del gruppo, rigorosamente travestito da capra di paglia, conferiva un’aria a metà tra il giocoso e l’inquietante alla questua. Questa usanza si propagò al punto tale da diffondersi persino negli Stati Uniti d’America: a divulgarla furono gli immigrati norvegesi nel Midwest. Con la capra si facevano scherzi. Ad esempio, ci si divertiva a nascondere una capra di paglia nel giardino dei vicini di casa. Ma perchè questa valenza scherzosa, che diventava orrorifica non di rado?

 

 

Le antiche leggende scandinave descrivevano la capra in modo controverso. In alcune era una figura demoniaca, celata nei boschi montani durante la stagione calda e presente nel periodo dell’Avvento, quando scendeva a valle e cominciava ad addentrarsi nei villaggi. La sera della vigilia di Natale, la capra era solita entrare nelle case dei paesani. Ma le sue finalità non erano malvagie: lo faceva come portatrice di doni, un ruolo che poi toccò, più di recente, a Babbo Natale. Tuttavia, alcuni attribuivano alla capra caratteristiche sinistre e spaventose. Cominciarono a circolare voci secondo cui la capra di paglia di una ragazza si tramutò nel diavolo in persona. L’alone di negatività che circondava questa icona del Natale divenne sempre più marcato: nel 1731, il governo svedese si vide costretto a emanare un decreto dove proibiva ogni rappresentazione della capra durante le feste natalizie.

 

 

E’ più che giusto chiedersi che ruolo rivesta la paglia nella figura della capra di Yule. Le sue origini pagane la associano sia al dio Thor, come abbiamo visto, che allo spirito del grano. Perciò, se da un lato la capra si ricollega al culto di Thor, in quanto il carro del dio del fulmine era trainato dalle due capre magiche di cui sopra, dall’altro viene identificata con lo spirito del grano. Gli svedesi, infatti, erano convinti che l’ultimo covone di grano del raccolto possedesse delle virtù portentose: racchiudeva lo spirito del raccolto e lo si custodiva gelosamente prima di ripristinarlo per i festeggiamenti di Yule. Tale spirito prendeva sembianze animali che variavano a seconda della posizione geografica. Se era una capra, veniva chiamato Julbocken. Lo spirito, invisibile a tutti, si manifestava nel periodo natalizio per verificare che le famiglie si preparassero a celebrare il Natale in modo adeguato. Ed è proprio in questo stesso periodo che imperversava la burla della capra di Yule: l’introduzione, di soppiatto, di una capra di paglia nei giardini o nelle case del vicinato. Le vittime avrebbero potuto sbarazzarsi del fantoccio soltanto ripetendo a loro volta le modalità dello scherzo: nascondendo, cioè, la capra di paglia in un’altra dimora o giardino del quartiere.

 

 

Gli omaggi artistici e letterari

L’artista e illustratrice svedese Jenny Nyström ha spesso ritratto la capra di Yule, insieme agli onnipresenti jultomte (gnomi e folletti natalizi scandinavi), nelle sue iconiche cartoline di Natale. Lo scrittore finlandese Zacharias Topelius, noto per le sue celebri fiabe, ha dedicato alla capra un racconto fantastico dal titolo Julebocken. Anche la compositrice svedese Alice Tegnér subì il fascino dalla leggenda della capra di Yule: in suo onore scrisse una poesia, En jul när mor var liten, che nel 1913 divenne un canto natalizio intitolato Julbocken.

 

 

La gigantesca Capra di Gävle

 

L’imponente capra di Yule realizzata a Gävle, nella Svezia centrale, riappare ogni Dicembre. Composta interamente di paglia, è alta 13 metri e pesa 3,5 tonnellate. Ormai è diventata un vero e proprio emblema natalizio svedese. Purtroppo, però, la Capra di Gävle è anche celebre per i numerosi atti di vandalismo di cui è vittima: la città deve costantemente difenderla da chi tenta di incendiarla.

 

Thor e le sue due capre, Tanngnjóstr e Tanngrisnir

 

Immagini

Foto di copertina: illustrazione di John Bauer

Cartoline natalizie di Jenny Nÿstrom

Illustrazione in bianco e nero raffigurante il “Vecchio Natale” che cavalca una capra di Yule di Robert Seymour, 1836, Public Domain via Wikimedia Commons

Foto della capra di paglia davanti a una vetrina di Stoccolma di Lachy from Paris, France, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, da Wikimedia Commons

Foto della Capra di Gävle di Baltica at English Wikipedia, Public domain, via Wikimedia Commons

Illustrazione di Thor e le sue capre di Carl Emil Doepler, 1882, Public domain, da Wikimedia Commons

 

Santa Lucia nella cultura agreste: la festa della luce che ritorna

 

La ricorrenza di Santa Lucia, celebrata il 13 dicembre, è una delle più antiche e suggestive del calendario invernale. Nella civiltà contadina, profondamente legata ai ritmi della natura e alla luce del giorno, questa festa assumeva un significato particolare: rappresentava il momento in cui, nel cuore dell’inverno, si intravedeva il primo segno del ritorno del sole.

Il giorno più corto dell’anno: una soglia simbolica

Per secoli, prima della riforma del calendario, il 13 dicembre cadeva in prossimità del Solstizio d’Inverno. Non sorprende, quindi, che la tradizione popolare abbia conservato il proverbio: “Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.” Nelle campagne, dove la luce naturale regolava ogni attività, questo giorno segnava il culmine del buio. Ma proprio per questo era vissuto come una soglia di speranza: da quel momento, si diceva, le giornate avrebbero ricominciato ad allungarsi, anche se impercettibilmente. Santa Lucia diventava così la messaggera del ritorno della luce, come ricordano molte tradizioni europee legate ai riti luminosi.

 

 

Riti domestici e simboli di luce

Nelle case rurali, la notte tra il 12 e il 13 dicembre era illuminata da piccoli fuochi, candele e lumini posti alle finestre. Non erano semplici decorazioni: erano gesti rituali, modi per proteggere la casa dal buio e per accogliere simbolicamente la luce che tornava. La luce di Santa Lucia era considerata una benedizione: proteggeva gli animali nelle stalle, custodiva i raccolti conservati per l’inverno, portava serenità nelle famiglie, e ricordava che nessuna notte è eterna.

 

 

Una festa profondamente contadina

Nella cultura agreste, Santa Lucia era legata anche alla protezione del lavoro dei campi. In molte regioni del Sud la festa assumeva un carattere devozionale e comunitario, con riti gastronomici come la cuccìa, un piatto a base di grano bollito e crema dolce che ancora oggi viene preparato in Sicilia in segno di gratitudine e memoria. Nel Nord Italia, invece, la tradizione si intrecciava con il mondo infantile: Santa Lucia portava piccoli doni ai bambini, spesso accompagnata dal suo asinello, in una notte che univa sacro e popolare. Anche questo rito, in un certo senso, conservava un nucleo estremamente genuino: il dono della luce, della bontà, della speranza nel cuore dell’inverno.

 

 

La santa che “vede” oltre il buio

Santa Lucia è anche la protettrice della vista. Nella civiltà contadina, questo significato era interpretato in modo simbolico: la santa aiutava a “vedere” oltre il buio dell’inverno, la paura della scarsità, le difficoltà della stagione fredda. Era la santa che portava visione, non solo luce.

 

 

Il significato profondo per le comunità rurali

Per le comunità agricole, la festa di Santa Lucia era molto più di una ricorrenza religiosa: era un rito cosmico, un momento in cui la natura e la spiritualità si incontravano. Rappresentava: la resistenza al buio, la fiducia nel ritorno del sole; la certezza che la vita, anche quando sembra immobile, sta già ricominciando. Era la festa della speranza minima ma certa, quella che nasce quando tutto sembra fermo e invece, silenziosamente, qualcosa riprende a crescere. Non posso che concludere citando alcuni proverbi che la saggezza popolare ha dedicato alla Santa della Luce: li trovate qui di seguito.

 

 

Santa Lucia, il giorno più corto che ci sia.

 

 

Da Santa Lucia a Natale, il dì allunga un passo di cane.

 

 

Per Santa Lucia il giorno corre via.

 

 

Da Santa Lucia il freddo si mette in via.

 

 

 

Santa Lucia con il fango, Natale all’asciutto.

 

 

Per Santa Lucia e per Natale, il contadino ammazza il maiale.

 

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Ottobre e i suoi proverbi

 

Ottobre, il “dolce Ottobre”, come recita Cristina Campo in una sua poesia, è uno dei mesi più suggestivi dell’anno. Dal punto di vista agricolo, è molto produttivo: l’ultimo raccolto include una grande abbondanza di frutta e verdura. I cesti si riempiono di zucche, noci, castagne, funghi, mele, nocciole, uva, cachi, pere e agrumi; tra gli ortaggi predominano i cavoli, i finocchi, le patate, le carote, i porri. A Ottobre inizia la raccolta delle olive e di erbe aromatiche quali il basilico, il prezzemolo e il rosmarino. Questo mese, così ricco di colori e di sapori, ha ispirato innumerevoli proverbi presso la popolazione agreste. In molti di essi la situazione meteo gioca un ruolo importante, perchè diviene la condicio sine qua non affinchè i doni della natura siano rigogliosi e reperibili il più a lungo possibile. Oggi scopriremo insieme quindici proverbi dedicati al decimo mese dell’anno.

 

 

Ottobre: vino e cantina dalla sera alla mattina

 

 

Ottobre è quasi matto, ma nessuno gli fa il ritratto

 

 

Se di Ottobre scroscia e tuona, l’invernata sarà buona

 

 

Vento d’Ottobre grida come l’orco: fa cader la ghianda che fa ingrassare il porco

 

 

Viene Ottobre bello, leva il vino dal mastello

 

 

Se Ottobre è piovarolo, è pure fungarolo

 

 

Ottobre, il vino è nelle doghe. A San Francesco arriva il tordo e il fresco

 

 

Ottobre piovoso, campo prosperoso

 

 

A San Simone il ventaglio si ripone

 

 

Per Santa Teresa, semina a distesa

 

 

Da San Gallo ara il monte e semina la valle

 

 

Ottobre è bello, ma tieni pronto l’ombrello

 

 

Se piove per San Gorgonio, tutto Ottobre è un demonio

 

 

Per Santa Reparata, ogni oliva è inoliata

 

 

O molle o asciutto, per San Luca si semina tutto

 

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L’Autunno in 10 aggettivi

 

Con quali aggettivi potrebbe essere descritto, l’Autunno? Ognuno ha i propri. Vi presento i miei: ne ho scelti dieci, quelli che a me sembrano più rappresentativi per raccontarlo in estrema sintesi.

 

L’Autunno è confortevole

Bere una tisana calda mentre fuori piove, lasciarsi avvolgere dal profumo di una candela aromatica, assaporare ore di assoluto relax davanti al focolare…l’Autunno ci fa tornare ad apprezzare il comfort e le atmosfere intime della nostra casa.

 

L’Autunno è goloso

Il castagnaccio, la sbrisolona, la torta di mele, la crostata alla marmellata di more, la torta alle noci, la torta di pere e cioccolato, lo strudel con mele e fichi o con uva nera…l’Autunno è una vera e propria pasticceria di delizie. E vale la pena di indugiare nei peccati di gola.

 

L’Autunno è caldo

“Caldo”??? Ma come? Se le temperature sono già calate vertiginosamente! Ebbene sì: l’Autunno è caldo perchè ci permette di avvolgerci nei soffici maglioni in lana o cashmere, nelle sciarpe e nei cappotti che ci tengono piacevolmente al riparo dai primi freddi.

 

L’Autunno è misterioso

La nebbia avviluppa gli scenari autunnali dando vita a un’atmosfera di profondo mistero. Ma non solo: quando arriva Ottobre, Halloween comincia ad avvicinarsi a grandi passi. E tutti (o quasi tutti) si preparano a fare un salto nell’oscurità.

 

L’Autunno è stregato

“Per alcuni, l’autunno viene presto, e permane per tutta la vita, quando ottobre segue settembre, e novembre tocca ottobre, e poi, invece di dicembre e del natale, non c’è la stella di Betlemme, non c’è letizia, ma ritorna settembre e il vecchio ottobre, e così via, per tutti gli anni, senza inverno, senza primavera, senza estate vivificatrice”, scrive Ray Bradbury ne “Il popolo dell’Autunno”. E tornano subito a rivivere le stregate atmosfere halloweeniane.

 

L’Autunno è intenso

I tramonti autunnali colpiscono per i loro colori intensi e ipnotici: sfumature dorate e arancioni che ci attirano in un turbine di meraviglia e non ci lasciano più andare.

 

L’Autunno è colorato

Lungi dall’essere malinconico, l’Autunno è un’esplosione di colori. Non è un caso che da Domodossola parta un treno speciale chiamato “Treno del Foliage”: arriva fino in Svizzera e permette ai passeggeri di ammirare questa tavolozza di spettacolari cromie dal finestrino.

 

L’Autunno è abbondante

L’Autunno abbonda di doni della terra: ci regala frutta e verdura in quantità e in un tripudio di colori e di sapori. Tant’è che, anticamente, questa rigogliosità veniva simboleggiata dalla cornucopia, il corno dell’abbondanza che un gran numero di artisti inserì nei propri dipinti.

 

L’Autunno è crepuscolare

In Autunno, il buio arriva sempre più presto. Ma il crepuscolo è tutto fuorchè malinconico: al calar della sera, i lampioni si accendono donando alle strade un’immensa suggestività.

 

L’Autunno è magico

La magia dell’Autunno risiede in una molteplicità di fattori. Scopriteli rileggendo tutti i punti trattati finora.

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Il lato oscuro del Natale: gli aiutanti di San Nicola e altre figure orrorifiche

 

“Molte sono le tradizioni popolari sorte attorno al periodo natalizio: i mesi più oscuri dell’anno, che vanno dal tardo autunno fino a inverno inoltrato, e in particolare le Dodici Notti, tra Natale e l’Epifania, sono teatro di leggende e apparizioni numinose che hanno impressionato i popoli europei, tanto da dare luogo a usanze probabilmente di origine antichissima, risalenti al periodo pre-cristiano. Non possiamo parlare tuttavia di una continuità che attraversi così tanti secoli, quanto piuttosto di un continuo scomparire e riapparire di motivi che si ripropongono sempre concettualmente simili, e che hanno dato luogo ad espressioni riconoscibili nel corso delle varie epoche storiche.”

(Alberto Paganini, da “Yule. Riti, tradizioni e spiriti del Natale”, a cura di Davide Marré, di Alessandro Azzoni et al., Phanes Publishing)

 

Il Natale ha anche un lato oscuro? La risposta è sì. Ed è facilmente comprensibile: nel giorno del Solstizio d’Inverno, buio e luce coesistono immancabilmente. Il buio, che coincide con la “morte” temporanea della natura, il gelo e il riposo stagionale, torna a lasciar spazio alla luce, quindi alla fertilità e alla rinascita, a poco a poco. Ma il predominio delle tenebre, sebbene sia in procinto di cedere innanzi al ritorno della luce, persiste ancora, e nel corso dei secoli si è incarnato in figure cupe e altamente simboliche la cui origine affonda nella notte dei tempi. Molti di questi personaggi sono legati a San Nicola, il Santo che ispirò il mito di Babbo Natale (rileggi qui l’articolo che VALIUM gli ha dedicato), rappresentando una sorta di dualismo tra il bene e il male. Se San Nicola era un protettore dei fanciulli, e nella notte tra il 5 e il 6 Dicembre si prodigava a distribuire doni ai bimbi buoni, i suoi aiutanti impersonavano la sua controparte oscura: si incaricavano di castigare i bambini che non si erano comportati bene e lo facevano in modo cruento, servendosi di punizioni corporali e fustigazioni. Lo stesso aspetto di questi aiutanti era assai inquietante. Le leggende li descrivono come demoni spaventosi, flagellatori incappucciati, briganti infidi e malvagi. Tali personaggi prendono vita prevalentemente nella tradizione germanica, scandinava e mitteleuropea, passando per la Francia orientale e i paesi dell’area alpina. Oggi andremo a conoscerne qualcuno, ma scopriremo anche figure che non hanno nulla a che vedere con San Nicola.

 

Krampus

 

In Trentino Alto-Adige, Austria e nel sud della Germania, lo conoscono molto bene: in quelle zone, la notte tra il 5 e il 6 Dicembre, si organizza ancora oggi la corsa dei Krampus (Krampuslauf), durante la quale un branco di questi terrificanti personaggi sfila tra il pubblico minacciandolo e reagendo aggressivamente alle provocazioni. Il Krampus ha l’aspetto orripilante di un demone; è munito di lunghe corna, zampe caprine e ricoperto di un vello abbondante. Il suo volto è spaventoso, contratto in un eterno ghigno, gli abiti laceri che indossa sono assemblaggi di pelli animali. C’è un’antica leggenda che lo riguarda. Si narra che, secoli orsono, dei giovani avessero escogitato un metodo per combattere la carestia che affliggeva l’area alpina: organizzavano scorribande di gruppo cammuffati da demoni. Pellicce, corna, piume e quant’altro servivano a renderli irriconoscibili durante le loro incursioni nelle case dei villaggi, che saccheggiavano per nutrirsi. Il diavolo in persona, anche lui alla ricerca di cibo, cominciò a unirsi alle scorribande, ma un bel giorno il suo stratagemma fu scoperto. I giovani si accorsero degli zoccoli caprini che esibiva e chiamarono in soccorso San Nicola. Il Santo, dopo aver sconfitto il Diavolo, decise di relegarlo al ruolo di suo aiutante: l’avrebbe accompagnato nella consegna dei doni ai bambini buoni. Krampus approfittò subito dell’occasione per punire i bimbi cattivi fustigandoli con dei fasci di rami di betulla. La leggenda di Krampus, come abbiamo già visto, ha attraversato indenne i secoli fino ad arrivare ai nostri giorni.

 

Krampus e San Nicola in un’illustrazione austriaca del 1896

 

Knecht Ruprecht

Ruprecht in un’illustrazione tedesca risalente al 1863

L’immagine che vedete qui sopra, evidentemente, è una libera interpretazione del personaggio: in realtà Knecht Ruprecht (“servo Ruprecht” tradotto dal tedesco), un altro aiutante di San Nicola, viene raffigurato come un monaco incappucciato che sfoggia un lungo mantello e una barba interminabile. Non è raro che cammini zoppicando; inoltre, non dimentica mai di portare con sè una frusta con cui castiga i bambini che si sono comportati male. Esistono diverse credenze sull’impietoso Knecht Ruprecht, una figura ricorrente nel folklore di Natale della Germania centro-nord: a volte, pare che chieda ai bambini di recitare preghiere per espiare i loro peccati. Se acconsentono, li premia con doni a base di dolci e frutti succosi; se rifiutano, li fustiga o scaglia loro addosso il suo sacco ricolmo di cenere.

 

Père Fouettard

Lo abbiamo già incontrato, ricordate? E’ il macellaio citato nell’articolo che ho dedicato a San Nicola. Père Fouettard proviene dalla Lorena, una regione della Francia orientale che confina con il Belgio, il Lussemburgo e la Germania. Fisicamente è alto e sottile, ha il viso cupo e una barba incolta. Indossa un lungo abito nero corredato di cappuccio, e agita continuamente le catene e i campanelli con cui sottolinea le sue minacce. Secondo la leggenda, Père Fouettard (dal francese “fouet”, frusta, e “fouetter”, frustare) è il macellaio che, nel 1150, attirò nella sua casa tre bambini di una vicina scuola e li fece a pezzi prima di metterli sotto sale: si proponeva di vendere la loro carne ai clienti della sua macelleria. Ma quando San Nicola venne a conoscenza di questa atrocità, resuscitò i bambini e costrinse Père Fouettard a diventare il suo aiutante. Da allora, l’ex macellaio lo segue eternamente ed è una sorta di suo alter ego oscuro. Punisce i bambini cattivi fustigandoli, ma si vocifera anche che lanci contro di loro una raffica di arance.

 

Frau Perchta

La rappresentazione di un perchtenlauf tirolese del 1892, una caccia agli spiriti maligni dell’inverno

Perchta, ovvero “La Splendente”, è una delle divinità da cui ha origine il mito della Befana (rileggi qui il mio articolo). La sua figura è ricorrente nelle tradizioni della regione alpina, dove viene rappresentata con un duplice aspetto: può essere una donna giovane, avvenente e luminosa come la neve, ma anche una terrificante strega con molti anni sulle spalle. Perchta, così come la dea germanica Holda, è detta “la Signora delle Bestie” poichè svolge una funzione protettrice sul mondo animale. Fa la sua apparizione nelle dodici notti, il periodo compreso tra il 25 Dicembre e il 6 Gennaio. Dicono che bussi di porta in porta per accertarsi che le famiglie si riuniscano come vuole la tradizione, ma è tassativo che le abitazioni risultino perfettamente in ordine: in tal caso, Perchta dona monete d’argento ai servitori. In caso contrario, invece, squarcia il loro ventre con un coltello molto affilato e al posto delle viscere inserisce una buona quantità di paglia, cavoli, pietre o spazzatura. La stessa sorte tocca ai membri della famiglia che non si sono comportati bene. In più, Perchta non è mai sola: un folto gruppo di demoni la accompagna nelle sue incursioni. A costoro spetta il compito di torturare le persone cattive, mentre la dea si incarica di salvaguardare dagli stessi le persone buone. A queste ultime, così come ai bambini diligenti, lascia sonanti monete d’argento nelle calzature. Per propiziarsi i favori di Perchta, le famiglie sono solite offrirle il porridge che hanno preparato in occasione della sua visita.

 

 

Belsnickel

Quella di Belsnickel è una figura medievale diffusasi nella Germania sud-occidentale (e successivamente in Pennsylvania, dove si è verificata una massiccia immigrazione tedesca). Belsnickel comincia ad apparire circa dieci giorni prima di Natale, e chi lo ha visto non potrà mai dimenticarlo: indossa abiti consunti, composti da toppe di pelliccia a cui sono cuciti innumerevoli campanellini, e ha il volto celato da una maschera. Porta con sè un sacco pieno zeppo di giocattoli e dolcetti per i bambini buoni e una frusta per castigare quelli cattivi. Il suo arrivo è tutto fuorchè silenzioso: Belsnickel viene preannunciato dai campanelli che tintinnano a ogni passo, poi bussa rumorosamente alle finestre e ai portoni per non passare inosservato. La leggenda vuole che imponga ai bambini di recitare alcuni versi, risolvere problemi matematici o citare determinati passi biblici. Se lo fanno correttamente, versa i dolci e i giocattoli sul pavimento, ma esiste una regola anche per raccoglierli: i bambini non devono dimostrarsi troppo bramosi di impossessarsene, o verranno puniti con la sua frusta.

Grýla

 

Appartiene al folklore natalizio islandese ed è una mostruosa donna troll: ha tredici code e zampe bestiali che sostituiscono le gambe. Tra i personaggi oscuri del Natale, è senza dubbio il più agghiacciante. Si dice che il 25 Dicembre esca dalla sua caverna alla ricerca di bambini che non si sono comportati bene durante l’anno; dopo averli attirati nelle sue grinfie, li utilizza per preparare lo stufato di carne. La dimora di Grýla, chiamata Fortezza Oscura perchè composta da una serie di grotte laviche, è situata nel nord dell’Islanda. Lì la gigantessa vive con tredici figli simili a gnomi dispettosi: ciascuno di loro è contraddistinto da una peculiarità ben precisa. A partire dal 12 Dicembre fino al 6 Gennaio, i figli di Grýla, uno dopo l’altro, raggiungono i villaggi dei dintorni per portare il caos. E’ anche possibile che vadano a trovare dei bambini; in questo caso, premieranno quelli buoni con un regalino mentre ai cattivi destineranno una patata andata a male. La famiglia di Grýla possiede un gatto, ma non pensate a qualche similitudine con i nostri dolcissimi amici felini: il ciclopico Jólakötturinn, questo il suo nome, nel periodo natalizio vaga per strada in cerca di umani da divorare.In Islanda, la gigantessa Grýla è talmente famosa da essere stata inclusa persino nell’“Edda”, i due importanti volumi di mitologia norrena che Snorri Sturluson scrisse nel XIII secolo.

Immagini: Public Domain via Pixels, Unsplash e Wikimedia Commons.

Père Fouettard via Etienne Mahler from Flickr, CC0 1.0 Universal

Grýla: illustrazione dell’artista islandese Tryggvi Magnússon pubblicata da Thorsteinn1996, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

 

L’Avvento in Europa: miti, credenze e tradizioni

La corona dell’Avvento

L’Avvento (dal latino “adventus”, “venuta”) è un periodo incantato che, giorno dopo giorno, ci accompagna verso la Natività. Rappresenta l’inizio dell’anno liturgico nella Chiesa d’Occidente e prende il via la quarta domenica prima di Natale: quest’anno, di conseguenza, è cominciato proprio ieri. In Europa, le tradizioni dell’Avvento sono innumerevoli. La maggior parte di esse ha radici antiche, e viene tramandata di generazione in generazione. Tra le più note ricordiamo le ghirlande, la corona dell’Avvento, i mercatini natalizi, il calendario dell’Avvento, oltre a una serie di dolci e bevande tipici (come lo sono il glögg nei paesi scandinavi e il nostro vin brulé): queste usanze, impregnate di una forte valenza simbolica, fanno da denominatore comune alla quasi totalità delle nazioni del Vecchio Continente.

 

Un mercatino natalizio a Riga, in Lettonia

La corona dell’Avvento è diffusissima. Creata nel 1833 ad Amburgo da Johann Henrick Wichern, un pastore protestante, comprendeva 24 candele, una per ogni singolo giorno dell’Avvento; le candele dedicate alle domeniche avevano dimensioni più grandi. Con il passar del tempo, il suo utilizzo si propagò soprattutto nei paesi anglosassoni e di lingua tedesca. La struttura della corona dell’Avvento è caratteristica. La base è composta da rami di sempreverde disposti in modo circolare: il cerchio, con la sua continuità, sta a simboleggiare la vita eterna di cui Cristo ci fa dono. I sempreverdi sono un emblema di speranza, mentre le candele, quattro come le domeniche di Avvento, vanno accese una alla volta l’ultimo giorno della settimana. Di solito sono bianche, per rappresentare la purezza, oppure viola (simbolo di sacrificio), rosse o rosa (simbolo di gioia). Del calendario dell’Avvento parleremo in un post specifico; in questo articolo ci soffermeremo sulle principali tradizioni dell’Avvento in alcuni paesi europei.

 

Germania

La stella di Natale, il fiore dell’Avvento tedesco

La stella di Natale è il fiore per antonomasia dell’Avvento: i tedeschi lo utilizzano abbondantemente per le decorazioni natalizie e per i loro regali. Il calendario dell’Avvento è popolarissimo sia tra i bambini che gli adulti. In questo periodo si prepara lo Stollen, un pane dolce arricchito di frutta secca e canditi, e ci si riunisce attorno alla corona dell’Avvento cantando inni natalizi. Una celebrazione molto importante è costituita dalla festa di San Nicola, che ricorre il 6 Dicembre: la notte precedente i bambini lucidano accuratamente le proprie scarpe mentre recitano una poesia. Le poseranno poi sul davanzale, insieme a un piatto di carote e biscotti, in previsione del passaggio del Santo in groppa al suo asino. Nikolaus riempirà le scarpe di regali e si rifocillerà con i biscotti, lasciando le carote all’asino. Ad accompagnarli ci sarà Krampus, una figura demoniaca e mostruosa munita di corna, campanacci che suonano mentre avanza e vestita con abiti consunti. Krampus porta sempre con sè una frusta con cui punisce i bambini che si sono comportati male.

 

Lo Stollen, un tipico dolce natalizio

Austria

Salisburgo in una notte d’Avvento

I festeggiamenti iniziano la vigilia di San Nicola, il 6 Dicembre, quando un uomo che impersona il Santo bussa di porta in porta e lascia regali ai bambini; il suo seguito è composto da un drappello di angeli e dal terrificante Krampus: secondo la mitologia cristiana, costui sarebbe stato un demone che San Nicola riuscì a sconfiggere. Da allora, Krampus fu obbligato a seguirlo nel ruolo di devoto servitore. Le domeniche vengono trascorse in casa, alternando i racconti natalizi all’accensione delle candele della corona dell’Avvento.

 

Norvegia

Lo Julebrød, letteralmente “pane di Natale”

La prima domenica di Avvento, a Oslo, lo shopping impazza e vengono accesi l’albero di Natale e le luminarie natalizie. Proliferano i mercatini, si tengono i concerti tipici del periodo. Una tradizione molto diffusa è la Julebord, che potremmo tradurre più o meno come “tavolata natalizia”: ad organizzarla sono i datori di lavoro, gli amici, gli studenti, i colleghi di ufficio, gli appartenenti a determinate associazioni e così via. Durante la Julebord, che può essere una cena o un pranzo, si assaporano i piatti natalizi in compagnia. Uno dei dolci più preparati è lo Julebrød, un pane soffice farcito con uva passa e canditi che somiglia vagamente al nostro panettone.

 

Svezia

Le candele dell’Avvento

Il 1 Dicembre si accende la candela dell’Avvento, che viene fatta ardere qualche millimetro al giorno fino alla notte di Vigilia. Le grandi celebrazioni hanno inizio con la festa di Santa Lucia, il 13 Dicembre, collegata tematicamente al Solstizio d’Inverno: è il trionfo della luce sul buio. Processioni di ragazze vestite di bianco e con una corona di candele vengono organizzate da mattina a sera; le ragazze intonano i canti tradizionali di Santa Lucia per le strade, negli istituti scolastici, nelle case e nei luoghi di culto (per saperne di più sul giorno di Santa Lucia in Svezia, clicca qui). I dolci tipici dell’Avvento sono i pepparkakor, biscotti speziati con cannella e zenzero, e le casette al pan di zenzero.

 

Regno Unito

Un Christingle

L’accensione dell’albero di Natale e delle luminarie sono importanti eventi cittadini, corredati da fastosi spettacoli e fuochi di artificio. Il calendario dell’Avvento è una tradizione molto comune, ma lo è ancor più il Christingle, un simbolo natalizio il cui nome deriva da Christkindl, in tedesco “Cristo bambino”. Per prepararlo servono un’arancia, emblema del mondo; un nastro rosso che circondi l’arancia, emblema del sangue di Gesù; una candela da infilare nell’arancia, emblema della luce che Cristo ha portato nel mondo; quattro marshmallow o frutta secca in egual numero, da infilzare in altrettanti stecchini: sono gli emblemi dei quattro punti cardinali, delle quattro stagioni e dei doni che ci offre la natura. I Christkindl vengono conservati fino alla fine delle feste e sono utilizzati a mò di veri e propri oggetti devozionali.

 

Repubblica Ceca

Il ramo di ciliegio “dei desideri”

I mercatini natalizi, soprattutto il più grande, quello allestito in Piazza della Città Vecchia, sono una delle meraviglie di Praga. La tradizione della corona dell’Avvento è molto sentita, ma accanto ad essa ne spicca un’altra, decisamente singolare: il 4 Dicembre, festa di Santa Barbara, i cechi recidono un ramo di ciliegio e lo inseriscono in un vaso pieno d’acqua che conservano nella loro dimora. Attendono poi la fioritura del ramo, che se avviene entro il 24 Dicembre farà sì che i desideri del padrone di casa si realizzino nel nuovo anno. Quella del ramo di ciliegio è una tradizione precristiana che ha origini molto lontane del tempo. Anche nella Repubblica Ceca, così come in Austria e in Germania, si festeggia San Nicola: il Santo, accompagnato da un angelo e da Krampus, vaga di casa in casa per portare doni e dolci ai bambini. Attualmente, è possibile incontrare il terzetto anche nei mercatini natalizi. Se vi capita, cercate di non lasciarvi spaventare troppo dai Krampus!

 

Polonia

L’Avvento a Varsavia

In Polonia esiste una tradizione particolarissima che risale nientemeno che al XIII secolo: la roraty, una Messa che in periodo di Avvento si celebra alle 6.30 di ogni mattina in tutte le chiese nazionali. Il nome roraty deriva da un termine latino, “rorate”, con cui esordisce il canto che dà il via alla Messa. Se però pensate che alla roraty assistano solo donne anziane, vi sbagliate di grosso. A partecipare sono soprattutto bambini e giovanissimi che si alzano di buon’ora per recarsi nelle chiese quasi buie, illuminate soltanto dal chiarore delle candele, tenendo in mano una lanterna accesa. L’atmosfera è estremamente suggestiva: lanterne e candele rischiarano l’edificio religioso, che si illumina completamente con la recita del “Gloria in excelsis Deo”. Ai bambini viene consegnato ogni giorno il tassello di un bellissimo puzzle come ricompensa per la loro assiduità.

 

Ungheria

I Mezeskalacs, biscotti al pan di zenzero ornati come pizzo pregiato

La corona dell’Avvento è l’usanza principale. Poi ci sono i mercatini di Natale, che anno dopo anno si sono moltiplicati a dismisura: nella sola Budapest, oltre al celebre Vörösmarty tér, ce n’è un numero illimitato. I bambini ungheresi ricevono regali sia a Natale che la notte di San Nicola. La sera del 5 Dicembre, dopo averle ben lustrate, lasciano le loro scarpe sul davanzale della finestra; quando San Nicola, in ungherese Mikulàs, passerà, depositerà una calza di arance e mandarini nelle scarpe dei bambini buoni. Chi non si è comportato bene, invece, riceverà un regalo da Krampus: un mucchio di ramoscelli di betulla. In Ungheria, inoltre, l’albero di Natale si prepara la notte di Vigilia e viene decorato con miriadi di golosità al cioccolato e al marzapane. Accanto al Bejgli, un dolce tipicamente natalizio, risaltano i Mezeskalacs, biscotti al pan di zenzero e miele decorati con arabeschi di glassa talmente raffinati da sembrare ornamenti in pizzo.

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Foto del Christingle di Vincent Angler from Gods waiting-room, Angleterre, CC BY 2.0 <https://creativecommons.org/licenses/by/2.0>, via Wikimedia Commons

 

Cantare il Maggio: i maggerini e i loro canti rituali

 

Con il 1 Maggio ritorna la tradizione agreste dei “canti del Maggio”, diffusi prevalentemente in regioni come le Marche, l’Umbria, la Toscana, l’Emilia Romagna, la Liguria, il Piemonte e alcune aree della Lombardia. I cantori, detti “maggerini” o “maggianti”, danno il via ai loro canti di questua nella notte del 30 Aprile e li concludono la sera successiva. Sono canti gioiosi, stornelli accompagnati dal suono dei violini, delle fisarmoniche, dei cembali e degli organetti; i termini e le espressioni dialettali la fanno da padrone, rendendo ancor più genuino il saluto alla Primavera che i maggerini intonano di porta in porta, inoltrandosi nei villaggi e percorrendo i sentieri campestri. Nelle Marche, la mia regione, i canti di questua si chiudono immancabilmente con un “saltarello” vivacissimo che sottolinea le richieste che i cantori rivolgono al “vergaro” e alla “vergara” (i proprietari della casa colonica). La tradizione, infatti, vuole che i maggerini ricevano una lauta ricompensa: di solito si tratta di salumi, uova, formaggi e pollame vario affiancati al classico bicchiere di vino. E’ molto raro, d’altronde, che le famiglie non soddisfino la questua; si dice che i doni elargiti ai cantori attirino la buona sorte, favoriscano il benessere fisico e garantiscano un abbondante raccolto.

 

 

Il numero dei maggerini può variare dai tre ai dieci, anche se gruppi così nutriti sono comuni più che altro nel fabrianese. Il Cantamaggio, come vi ho già accennato, inneggia alla Primavera e alla lietezza (ma anche all’ebbrezza) che si associa alla rinascita. L’allegria predomina, mescolata ad accenti dionisiaci e a una malizia scanzonata. Non mancano le odi alla fertilità di buon auspicio per il nuovo ciclo agricolo: è questo, sostanzialmente, l’augurio che i maggianti portano di casa in casa. Il Cantamaggio, non a caso, trae le sue origini dai riti di fecondità che i pagani eseguivano in epoche molto antiche.

 

 

I profondi mutamenti della società hanno fatto sì che, fino a qualche anno fa, la tradizione di “cantare il Maggio” si smarrisse nei meandri del tempo. L’omologazione ha a poco a poco distrutto la cultura agreste; le campagne si spopolano e solo un esiguo numero di famiglie potrebbe offrire ai maggianti salumi, formaggi e uova fresche. Negli anni ’80, eppure, come per miracolo qualcosa è cambiato. Mi riferisco sempre alle Marche: il Cantamaggio di Morro d’Alba festeggia questo mese la sua 42esima edizione, e anche in paesi come Montecarotto e Monsano è stata ripristinata l’antica usanza dei canti di questua. Nel fabrianese, poi, il rito del Cantamaggio ha ripreso gradualmente vigore. L’appuntamento con i maggerini è ormai immancabile sia nelle frazioni che per le strade di Fabriano, dove non è raro avvistarli mentre intonano i loro canti rituali.

 

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