21 Settembre, Equinozio d’Autunno. O forse no?

 

Ma l’autunno non avrebbe dovuto iniziare oggi, il 21 Settembre? Facciamo chiarezza. Se anche voi siete cresciuti con la certezza incrollabile che l’autunno inizi tassativamente il 21 Settembre…preparatevi a guardare il calendario con occhi diversi. Quest’anno la natura ha deciso di fare un piccolo strappo alla regola che ci insegnavano a scuola. L’ Equinozio d’Autunno avrà luogo ufficialmente mercoledì 23 Settembre alle ore 02:05 (ora italiana). Ma com’è possibile questo slittamento? No, il calendario non è impazzito. La colpa (o il merito) è tutta della matematica e dell’astronomia.

Il “ritardo” della Terra

Il nostro calendario civile conta esattamente 365 giorni all’anno. Peccato che la Terra, per fare un giro completo intorno al Sole, ci impieghi un po’ di più: di preciso 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi. Quelle quasi 6 ore che “avanzano” ogni anno non svaniscono nel nulla, ma si accumulano, facendo slittare in avanti l’orario e il giorno esatto in cui il Sole si trova perfettamente perpendicolare all’equatore (il momento, cioè, in cui avviene l’equinozio).

A cosa servono gli anni bisestili?

Se lasciassimo correre questo ritardo, nel giro di qualche secolo ci troveremmo a festeggiare il Natale in piena estate. Per evitare il caos, di conseguenza, ogni quattro anni aggiungiamo il 29 Febbraio. L’anno bisestile serve proprio a questo: è una specie di “freno a mano” che riallinea il nostro calendario al viaggio reale della Terra nello spazio. Ecco perché la data dell’Equinozio d’Autunno ondeggia costantemente tra il 21 e il 24 Settembre. Quindi, se avete già tirato fuori la cioccolata calda e i primi maglioni di lana, sappiate che dal punto di vista astronomico l’estate resisterà ancora per un paio di giorni. E voi sapevate che la data degli equinozi cambia ogni anno? Fatemelo sapere nei commenti.

10 motivi per amare l’inverno

 

“Nel tempo della semina impara, in quello del raccolto insegna, d’inverno godi.”

(William Blake)

L’inverno è una stagione controversa: c’è chi lo ama, c’è chi lo odia. La maggior parte delle persone, forse, spera solo che passi in fretta e arrivi presto la primavera. In inverno fa freddo, l’influenza mette ko, la neve rende scomoda la circolazione, la pioggia e il vento costringono a noiose serate passate tra le mura domestiche. E poi, vogliamo aggiungere come bisogna imbacuccarsi per affrontare una giornata di gelo? Ci sono le vacanze sulla neve, certo, ma non tutti possono permettersele. Per non parlare del buio che cala così presto, azzerando il buonumore. Eppure, molte persone l’inverno lo amano, lo attendono, lo rimpiangono quando le temperature sfiorano i 50 gradi. Io, devo ammetterlo, appartengo a questo secondo gruppo. Celebro il Solstizio d’Inverno, adoro la neve, le luci del Natale e i fiabeschi paesaggi dell’Europa del Nord. Ma per quali motivi bisognerebbe amare l’inverno?, si chiederà qualcuno. Ve ne elenco dieci e vi spiego il mio punto di vista.

 

1. Riscoprire il piacere del comfort domestico

Quando il freddo è intenso, è un piacere godere del comfort che ci offre la nostra tana. I ritmi si allentano, il relax diventa prioritario. Il tepore domestico crea un piacevole contrasto con il gelo esterno, tramutando la casa in un rifugio accogliente. Candele accese e profumi di spezie celebrano la tipica atmosfera invernale, il divano diventa un nido in cui rannicchiarsi per guardare un buon film. A casa, in inverno, ci si può dedicare a molteplici attività rilassanti: cucinare piatti gustosi, leggere, preparare dolci, sorseggiare una cioccolata calda o consumare una zuppa che nutre il corpo e riscalda l’anima.

 

2. Lasciarsi emozionare dalla magia della neve

La neve è pura magia: trasforma i paesaggi in scenari incantati, fiabeschi, onirici. Attutisce i rumori permettendoci di apprezzare il fascino di un silenzio ovattato.

 

3. Rilassarsi davanti al caminetto acceso

Tornando al discorso del comfort domestico (vedi punto 1), un caminetto acceso proprio non può mancare. Davanti al camino ci si riscalda, ma non solo: ci si ritrova tutti insieme, si condividono storie o racconti, si sorseggia un buon bicchiere di vin brulè. Anticamente, il camino era il nucleo attorno al quale ruotava l’intera dimora. Oggi, è stato scoperto che il crepitio del focolare è rilassante, predispone al buon umore e favorisce il relax.

 

4. Rimanere incantati davanti al fascino degli antichi lampioni

“D’inverno ci sono i lampioni più belli di sempre. Si accendono presto e hanno dita di luce nel buio”, recita un aforisma di Fabrizio Caramagna. Ed è proprio così: al crepuscolo, quando nevica, gli antichi lampioni rievocano atmosfere d’altri tempi e donano alle città magici accenti di fiaba.

 

5. Unire stile e funzionalità per combattere il freddo

Dal caldo è difficile difendersi, dal freddo si può: basta coprirsi il più possibile. E perchè non sbizzarrirsi nell’adottare look stratificati, o modaioli allo stato puro, dalle potenti virtù anti gelo?

 

6. Essere consapevoli che, soprattutto a Dicembre, la magia è dietro l’angolo

L’inverno è la stagione del Natale: luci e luminarie, fiabe e leggende, mercatini e dolci tipici la fanno da padrone. E’ il periodo più incantato e incantevole dell’anno, non lo si può negare.

 

7. Adorare l’incanto fiabesco della brina

La natura, in inverno, ci regala uno spettacolo unico e imperdibile: la brina che all’alba ricopre l’erba, le piante e i rami di una patina sfavillante di cristalli di ghiaccio. Gli elementi del paesaggio vengono impreziositi da una guaina aghiforme a metà tra l’argento e il bianco candido, trasportandoci subito in un regno di fiaba.

 

8. Riconnettersi con la natura

La neve offre la possibilità di praticare innumerevoli attività a contatto con la natura: passeggiate, ciaspole, nordic walk (camminate con appositi bastoncini), sci di fondo o da discesa, slittino e molte altre ancora. Ma si può semplicemente fare quattro passi nei sentieri innevati e, magari, preparare un bel pupazzo di neve. Anche nel giardino della propria casa.

 

9. Accendere tante luci nel buio

L’inverno è il regno del buio, perchè il buio arriva presto e prevale sulle ore di luce. Ma è anche il periodo in cui risplende una miriade di luci: pensate a quelle del Natale, o anche solo alle lucette che decorano i negozi, i locali e le abitazioni. Le lucette che scintillano rendono familiare, accogliente e fatato qualsiasi ambiente, annullando le cupezze che si associano all’oscurità.

 

10. Riaprire il libro delle fiabe

Quale stagione migliore dell’inverno, per dedicarsi alla lettura di un libro di fiabe o leggende tipicamente invernali? L’incanto cristallino dei mesi freddi è un invito a immergerci nei racconti fantastici, magari mentre siamo raggomitolati davanti al focolare. Un piacere legittimo, qualunque sia la nostra età.

Foto via Pexels e Unsplash, illustrazione via Pixabay

 

5 dritte per rivivere l’atmosfera natalizia

 

Ultimo weekend dal sapore ancora vagamente festivo. Nelle città le luminarie rimangono accese, e nonostante l’Epifania (che tutte le feste porta via) sia passata da qualche giorno, i negozi sono pieni – foss’anche solo per i saldi – e l’atmosfera è vivace, come se la scia luminosa del Natale sia lungi dall’affievolirsi. Per gli amanti del clima natalizio è la condizione ideale; ma come faranno la prossima settimana, quando anche le ultime luci si spegneranno e torneremo tutti alla vita ordinaria? Vi dò 5 consigli per sopravvivere al post-holidays blues, la tristezza associata alla fine delle feste natalizie, e prolungare il Natale sine die.

 

 

1. Leggete un libro sul Natale o di racconti natalizi.

Ogni anno ne escono a bizzeffe. Leggere un libro natalizio è il miglior modo per reimmegervi nel magico clima di fine Dicembre, magari esplorando le antiche tradizioni legate alla Natività o appassionandovi a racconti a tema ambientati in differenti epoche storiche. Tutti conosciamo il potere evocativo della lettura: facciamone buon uso.

2. Comprate pandori, panettoni e torroni in saldo al supermercato

Adesso che sono in vendita a prezzi scontati, è possibile farne incetta; prolungare il Natale è anche una questione di gusto. Non è raro che sugli scaffali dei supermercati rimangano i panettoni gourmet: al caramello salato, al cioccolato, alla crema, al tiramisù…c’è solo l’imbarazzo della scelta. E in questo periodo di freddo intenso, dopotutto, è lecito indulgere in qualche peccato di gola.

 

 

3. Preparate dolci natalizi

Lo stesso discorso vale per i dolci da preparare in casa: biscotti al pan di zenzero e altri tipici dolci natalizi (magari appartenenti alla vostra tradizione regionale) aiutano a far rivivere egregiamente l’atmosfera natalizia. Meglio ancora se sono accompagnati da un buon bicchiere di vin brulé.

4. Adottate il nuovo make up occhi “in white”

Il mascara di Gennaio è rigorosamente bianco, e va in parte steso, sfumandolo, anche sulle sopracciglia: un omaggio all’inverno e alla sua neve, al suo gelo. L’effetto “ciglia ricoperte di brina” è soprendente e non passa inosservato, pronto a stupire e a riportare un po’ di mood natalizio nel vostro make up.

 

 

5. Ripristinate la magia natalizia nella vostra casa

Se non potete o non volete mantenere gli addobbi natalizi fino al giorno della Candelora (il 2 Febbraio), come imporrebbe davvero la tradizione cattolica (rileggi qui l’articolo dove ne parlo), potete ugualmente creare un’atmosfera che “sa” di Natale: utilizzate decorazioni come i fili di luce, le pigne, i rami di abete; comprate candele profumate alla cannella, al pan di zenzero, all’arancia candita… oppure ancora, al pandoro e al panettone; accendete il fuoco nel camino. Tutto questo contribuirà non solo a rievocare la magia delle feste appena trascorse, ma anche a rendere più accogliente e confortevole la vostra casa.

 

Foto di Ahmad Shalbaf via Unsplash

 

La Befana e la sua simbologia

 

“Così che la Vecchia, nella sua connotazione di Befana, riassume in sè la raffigurazione sia della Madre Terra nel tempo invernale sia dei defunti, anch’essi soggetti a una situazione in apparenza “statica” e all’attesa della rinascita, del rinnovamento vitale. (…) perchè sia i semi sia i trapassati sono sepolti nella terra per addivenire a nuova vita. (…)  Ai primi di gennaio, non appena superata la crisi solstiziale, la Befana chiede devozione e sostentamento agli uomini e ai loro riti (ad esempio con le queste della Pasquella), e qualcosa dà, come promessa del tempo che si rinnova, della vegetazione e dei raccolti che torneranno, della protezione degli Antenati sulla vita degli umani  (con i doni che porta nelle case, ecc.).”

(“La Vecchia, la Befana”, da “Tenebroso Natale. Il lato oscuro della Grande Festa”, di Eraldo Baldini e Giuseppe Bellosi, Società Editrice Il Ponte Vecchio, 2025)

 

 

La Befana, come tutti i personaggi del folklore natalizio, è una figura altamente simbolica. E cosa simboleggia ce lo spiega più che bene la citazione che ho riportato in apertura di questo articolo, tratta da un libro che ho cominciato a leggere proprio durante l’Avvento. Ma che rappresentano i molti altri elementi legati all’arrivo della Befana e ai doni che porta? Scopriamolo insieme.

 

 

Le scarpe rotte

La Befana arriva dopo un lungo e faticoso percorso durato 12 mesi: è la fine di Dicembre e l’anno, consumato, vecchio e logoro, sta per concludersi. E’ un anno che, dopo aver dispensato i suoi ultimi frutti, simboleggiati dai doni della Befana, sia avvia alla rinascita che porta con sè l’anno nuovo.

La scopa

Simboleggia la purificazione e il rinnovamento. La scopa spazza via la negatività e tutti i mali dell’anno appena trascorso, inoltre rimanda ad alcune antiche figure, o divinità, femminili (Perchta e le dee della mitologia romana Diana, Satia e Abundia, tra le altre), che usavano volare sui campi dopo la semina per propiziare l’abbondanza dei raccolti. La scopa, in questo caso, ha la facoltà di cacciare gli spiriti maligni dai terreni per dare a questi ultimi la possibilità di nascere a nuova vita.

 

 

La discesa dal camino

Per le culture arcaiche, il camino rappresentava un canale di comunicazione privilegiato tra il Cielo e la Terra. Questa linea verticale che connetteva i due mondi veniva detto “axis mundi”, ovvero “asse cosmico”. La discesa lungo il camino compiuta dalla Befana, dunque, simboleggia la volontà della “Vecchia” di dare il giusto verso all’asse cosmico ripristinandone il corretto posizionamento.

I doni 

Anticamente, nel suo sacco la Befana stipava arance e mandarini in quantità, noci e frutta secca, monete di cioccolato, carbone. Questi doni avevano un significato simbolico legato all’abbondanza, alla prosperità; propiziavano fecondità. Erano un augurio di lunga vita e opulenza per il futuro raccolto. Le monete di cioccolato, invece, rimandavano all’oro portato a Gesù Bambino dai Re Magi: un auspicio di benessere e ricchezza.

 

 

Il carbone

Era direttamente associato agli antichi riti dei falò solstiziali, che si accendevano per favorire e alimentare la potenza del Sole. Ma il carbone è anche il redisuo del “vecchio” che viene bruciato per fare spazio al “nuovo”, un significato che si ricollega ai falò di fine anno tipici di molte regioni italiane. Diversi anni orsono, il carbone e la cenere dei falò venivano sparsi sui campi per propiziare la fertilità del terreno. Il carbone aveva dunque una valenza beneaugurante, ma il Cristianesimo lo tramutò in un regalo punitivo per i cosiddetti “bambini cattivi”. Oggi, il carbon dolce ha ovviato a tale accezione conferendo un tocco di delizia anche a questo tipico dono della Befana.

La calza e le scarpe dei bimbi

Sono state date molteplici interpretazioni della calza, ma anche delle scarpe dei bambini, che venivano posizionate accanto al focolare affinchè la Befana le riempisse di doni. Per alcuni studiosi, sia la calza che le scarpe sono emblemi di fertilità, in quanto associate a una potente simbologia sessuale (basti pensare al piede che si insinua al loro interno). Rappresentano, dunque, un auspicio di fecondità, non a caso l’Epifania era considerata una ricorrenza ideale per il corteggiamento o annunciare una nuova unione. Altri studiosi associano la calza a dispensatori di abbondanza come la cornucopia, ma contemporaneamente risaltano il suo valore in qualità di oggetto della quotidianità. Altri ancora la riconnettono al lavoro della filatura, diretto da divinità apposite e ricco di profondi significati mitologici. Le scarpe dei bimbi sono anche viste come un simbolo del cammino che il nuovo anno, e il nuovo sole, si accingono a compiere: un anno e un sole “fanciulli”, appunto.

 

 

L’invisibilità

Quante volte, da bambini, abbiamo cercato di spiare l’arrivo della Befana alzandoci a notte fonda? Eppure, la Befana non si faceva mai vedere. Da un lato, perchè all’ora in cui arriva i bambini sono soliti dormire, dall’altro perchè, secondo antiche leggende, chi incontrava la Befana, o la vedeva soltanto, avrebbe subito delle spiacevoli conseguenze. Tutto ciò sembra rientrare nel quadro delle usanze del periodo natalizio, quando diventa implicito che – folkloristicamente parlando –  gli umani si rapportino ad ogni manifestazione del sacro o del soprannaturale mantenendo la giusta distanza.

 

Foto via Unsplash, Befana via Pixabay

 

La stella moraviana, dalla Germania alla Svezia: la storia di una delle più celebri decorazioni natalizie

 

Vi è mai capitato, viaggiando in alcune regioni tedesche o in Svezia, di vedere una stella dalle molteplici punte (in teoria dovrebbero essere 110) utilizzata come decorazione natalizia? Bene: si tratta della stella moraviana, in Germania detta Herrnhuter Stern, ed è una rappresentazione in chiave stilizzata della Stella di Betlemme.

La storia della stella moraviana

Nasce in Sassonia nel 1821: quell’anno, il collegio moraviano di Niesky si accinge a festeggiare i suoi primi 50 anni di attività. Prima di continuare, un chiarimento su chi siano i moraviani. Stiamo parlando di una congregazione religiosa cristiana sorta in Boemia tra il 1457 e il 1462: questo gruppo si formò ispirandosi al movimento cristiano riformista degli Ussiti, e con il nome originario di Fratelli Boemi diede vita a una comunità di fede protestante che anticipò la Riforma di Martin Lutero. I Fratelli Boemi divennero Fratelli Moravi nel XVIII secolo; oggi sono un gruppo cristiano riconosciuto internazionalmente, ma non hanno mai scisso il legame che li unisce alle radici boeme. Torniamo dunque al 1821, un anno di grandi festeggiamenti nel collegio di Niesky. In onore del 50simo della scuola, uno studente progetta una stella di carta con ben 110 punte e la propone come simbolo ornamentale dell’anniversario. La stella viene adottata immediatamente: da quel momento in poi, sarà la decorazione ufficiale del mezzo secolo del collegio.

 

 

Passa il tempo e la stella furoreggia anche tra i cittadini comuni; tutti la ammirano, tutti la vogliono. Non molti anni dopo, qualcuno fiuta l’affare: Peter Verbeek, diplomatosi proprio al collegio di Niesky, decide di aprire una libreria e di mettere in vendita delle stelle moraviane; naturalmente, allega un libretto di istruzioni per l’assemblaggio dei vari pezzi. Il risultato? Le stelle moraviane vanno letteralmente a ruba. In Germania vengono ribattezzate Herrnuter Stern, stelle di Herrnhut, in omaggio agli Herrnhuter Brüder (Fratelli di Herrnhut), un altro nome che indica i moraviani.

 

 

L’approdo in Svezia

La stella moraviana, come abbiamo già visto, è molto famosa anche in Svezia. In terra svedese approda negli ultimi anni del XIX secolo, quando viene regalata alla Cattedrale di Västerås. Tuttavia, comincia a spopolare dal 1910 in poi: il merito va a Julia Aurelius, una donna tedesca sposata a un pastore protestante del Regno di Svezia. Julia, trasferitasi dalla Germania alla città di Lund dopo il matrimonio, ha portato con lei una stella da usare come decorazione natalizia. I cittadini di Lund si innamorano della stella di Herrnhut, e, imitando la signora Aurelius, appendono diverse stelle alla finestra nel periodo dell’Avvento.

 

Uno scorcio della città di Lund, in Svezia

Anche in questo caso, come è già avvenuto in Germania, un grossista specializzato in articoli in carta intuisce l’enorme potenziale economico delle stelle moraviane. Si dedica, quindi, a una massiccia importazione di stelle dalla Germania, ma punta più che altro su un particolare: la scelta di stelle dev’essere vasta il più possibile, dunque offrire una gamma eterogenea di colori, materiali, grandezze e strutture. Distribuite in tutta la Svezia, le stelle moraviane si tramutano in una delle più celebri decorazioni natalizie del paese scandinavo.

 

 

La stella moraviana oggi

A contribuire al suo successo, molti anni dopo, sarà anche il celebre imprenditore Erling Persson, fondatore del brand H&M, che incrementa a dismisura la popolarità della stella. Attualmente, durante il periodo natalizio, la stella di carta  – in Svezia chiamata Adventsstjärna – affianca la tipica capra in paglia, l’albero di Natale e il candelabro dell’Avvento in tutte le case svedesi.

 

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La Notte di San Silvestro: storia, tradizioni e il fascino antico del Capodanno

 

La notte del 31 dicembre è un confine sottile, un ponte sospeso tra ciò che lasciamo e ciò che speriamo. È una soglia che attraversiamo ogni anno, spesso con un misto di nostalgia e desiderio, senza forse ricordare che questa data porta con sé una storia lunga e stratificata, fatta di riti antichi, tradizioni popolari e memorie religiose. Il suo nome, “Notte di San Silvestro”, ci riporta a un tempo lontano, quando la figura di un Papa del IV secolo, Silvestro I, si intrecciò con il calendario civile, lasciando un’impronta che ancora oggi accompagna il nostro passaggio all’anno nuovo.

Chi era San Silvestro?

San Silvestro I fu Papa dal 314 al 335, un periodo cruciale per la storia del cristianesimo. Era l’epoca dell’imperatore Costantino, il sovrano che pose fine alle persecuzioni e concesse libertà di culto ai cristiani. Silvestro non fu un Papa guerriero né un politico aggressivo: viene tradizionalmente ricordato come un uomo mite, prudente, capace di guidare la Chiesa in un momento di grande trasformazione. A lui sono legate alcune delle prime grandi basiliche romane, come San Giovanni in Laterano e San Pietro, che sotto il suo pontificato iniziarono a prendere forma come luoghi di culto monumentali. Morì il 31 dicembre del 335, ed è per questo che la sua memoria liturgica si celebra proprio nell’ultimo giorno dell’anno.

 

 

Nel corso dei secoli, la sua figura è stata avvolta da leggende: una delle più note racconta la sua vittoria sul drago, simbolo del male, e la conversione dell’imperatore Costantino. Sono storie che appartengono più alla devozione popolare che alla storia documentata, ma che testimoniano quanto la sua figura fosse amata e percepita come protettrice e beneaugurante.

 

 

Le origini antiche del Capodanno

Molto prima del Cristianesimo, il passaggio da un anno all’altro era vissuto come un momento sacro da molti popoli. Gli antichi Romani, già dal 153 a.C., avevano fissato l’inizio dell’anno al 1° gennaio dedicandolo a Giano, il dio bifronte che guarda contemporaneamente al passato e al futuro. Era un periodo di riti di purificazione, scambi di doni, auspici di prosperità e banchetti che celebravano la luce che lentamente tornava a crescere dopo il Solstizio d’Inverno.

 

 

Nel mondo germanico e celtico, il periodo delle Dodici Notti — quelle sospese tra Natale ed Epifania — era considerato un tempo fuori dal tempo, in cui il velo tra i mondi si assottigliava. Si accendevano falò per proteggere le comunità, si praticavano riti per scacciare gli spiriti maligni e si invocava la luce per accompagnare il nuovo ciclo dell’anno.

 

 

Anche nel Mediterraneo antico il Capodanno era legato ai cicli agricoli e ai culti della fertilità: in Grecia, ad esempio, le feste dionisiache celebravano l’abbondanza, la rinascita e la vitalità che la natura avrebbe riportato con la primavera.

 

 

Tradizioni moderne: un’eredità che continua

Oggi la Notte di San Silvestro è una festa globale, ma conserva tracce evidenti di queste antiche radici. In Italia, lenticchie e cotechino sono simboli di prosperità; in Spagna si mangiano dodici chicchi d’uva allo scoccare della mezzanotte; in Giappone i templi risuonano di 108 rintocchi che segnano il distacco dalle impurità dell’anno passato; in Brasile si offrono fiori bianchi al mare come gesto di gratitudine e speranza. Ogni tradizione, pur diversa, racconta la stessa cosa: il desiderio umano di iniziare un nuovo ciclo con un gesto di luce. Per saperne di più sulle tradizioni italiane della Notte di San Silvestro, clicca qui.

 

 

Il significato profondo della notte del 31 dicembre

La Notte di San Silvestro non è soltanto un momento di festa: è un rito di passaggio. È il tempo in cui si ringrazia per ciò che è stato e si immagina ciò che verrà, in cui si chiude una porta e se ne apre un’altra. È una notte che invita alla memoria e al desiderio, alla gratitudine e alla speranza. Forse è proprio per questo che continua a emozionarci: perché ci ricorda che ogni fine contiene già un inizio, e che ogni anno nuovo porta con sé la possibilità di ricominciare.

 

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La Christmas cake: quando il Natale è delizioso

 

Il Natale è appena trascorso, ma la voglia di leccornie natalizie rimane intatta. Ed è proprio in omaggio al connubio tra il periodo delle feste e la golosità che i britannici e gli irlandesi hanno ideato la Christmas cake, un dolce tradizionale a base di frutta e liquore.  La Christmas cake, che ha ormai definitivamente preso il posto della King Cake vittoriana (oggi molto nota in Francia con il nome di Galette des Rois), nel corso dei secoli ha subito una continua evoluzione. L’unico punto in comune con la cake originaria è costituito dal fatto che sia a base di frutta; basti pensare che la sua forma iniziale coincideva addirittura con un porridge di prugne. Poi, è diventata un dolce dall’aroma a metà tra l’alcolico e fruttato: i suoi ingredienti includono il ribes di Zante, una varietà di uva dagli acini minuscoli e priva di semi proveniente dall’isola di Zakynthos, l’uvetta e l’uva sultanina. Questa frutta viene precedentemente inzuppata in liquori come il whisky, il rum, il brandy o lo Sherry.

 

 

La pasta di mandorle, stesa generalmente in più strati, accentua e intensifica la delizia della Christmas cake; non può mancare, poi,  la glassa bianca, il must che le conferisce “carattere” e riconoscibilità. Ma a renderla davvero inconfondibile sono le decorazioni che la adornano, un vero e proprio tripudio di emblemi natalizi: alberi di Natale, stelle, pupazzi di neve, rametti di agrifoglio, biscotti al pan di zenzero in tutte le forme possibili e immaginabili. L’importante è abbondare. Dopotutto, Natale arriva una volta all’anno!

 

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Buon Natale

 

“Bisogna vivere lo stupore e la meraviglia del Natale guardando a Gesù Bambino, sul cui volto sono impressi i tratti della bontà, della misericordia e dell’amore di Dio Padre.”

(Papa Francesco)

 

Le Dodici Notti: il tempo sospeso tra un anno e l’altro

 

Si racconta che, quando il sole cala sulla Vigilia di Natale, una porta invisibile si apra tra il mondo degli uomini e quello degli spiriti antichi. Da quella soglia entra un’aria diversa, più silenziosa, più profonda. È un’aria che sa di neve che non è ancora caduta, di legna che arde piano, di passi lontani nel buio. È l’inizio delle Dodici Notti, un tempo che non appartiene più all’anno vecchio e non ancora a quello nuovo. Un tempo in cui il cielo si riempie di presenze, i sogni parlano più forte, e il destino sembra farsi più morbido, come neve appena caduta. Chi conosce questo segreto sa che non sono notti qualunque: sono un cammino.

 

 

La prima notte arriva in silenzio, al tramonto del 24 dicembre. Non fa rumore: apre appena una fessura nel tempo, e da quella soglia il mondo entra in un ritmo diverso. Le case sembrano trattenere il respiro, come se riconoscessero un ospite che torna una volta l’anno. Da quel momento, fino alla notte del 5 gennaio, il tempo ordinario si ritira, lasciando spazio a un intervallo sospeso, fragile, prezioso. Le origini di questo intervallo affondano in un’antica discrepanza tra calendari: quello solare romano e quello lunare germanico non coincidevano, e tra i due rimanevano dodici notti “in eccesso”, un tempo che non apparteneva a nessuno. Fu proprio questo scarto a diventare, nel sentire popolare, un territorio liminale, un varco in cui tutto poteva accadere. Le comunità contadine osservavano il cielo, il vento, i sogni: ogni notte era un presagio, un indizio del mese corrispondente nell’anno che stava per nascere. Il tempo non era più una linea, ma un cerchio che si apriva e si lasciava leggere.

 

 

In questo spazio sospeso si muovevano figure potenti e misteriose. Nelle terre del Nord, il protagonista era Odino, il viandante dagli occhi profondi, che guidava la Caccia Selvaggia: un corteo di spiriti, cavalli furiosi, cani dalle fauci luminose. Si diceva che attraversasse i cieli nelle notti più ventose, e che chi lo avesse incontrato avrebbe portato con sé un segno, un dono o una ferita. Le famiglie lasciavano cibo fuori dalla porta, spegnevano le luci, chiudevano le finestre: non per paura, ma per rispetto. La Caccia Selvaggia non era un pericolo, era un passaggio cosmico, un rinnovarsi del mondo. Accanto a Odino, nelle tradizioni alpine e germaniche, agivano figure femminili altrettanto antiche: Perchta, la Splendente, che vegliava sul focolare e sul destino; Frau Holle, che scuoteva i cuscini del cielo per far cadere la neve; e, nelle nostre terre, la Befana, erede lontana di queste dee invernali che portavano doni, ammonimenti e purificazione. Erano spiriti del giudizio e della rinascita, custodi del ritmo naturale, della casa, del lavoro ben fatto. Durante le Dodici Notti, si diceva che passassero a controllare che tutto fosse in ordine, che il focolare fosse acceso, che la famiglia fosse unita.

 

 

Ma le Dodici Notti non erano soltanto un tempo sospeso: erano un cammino interiore. Ogni notte rappresentava un passaggio, un varco, un gesto simbolico che l’uomo compiva insieme al mondo naturale. Si credeva che in queste notti il destino fosse più malleabile, come se il filo degli eventi potesse essere toccato, annodato, sciolto. L’anno vecchio, con il suo peso di errori, fatiche e memorie, veniva lasciato andare notte dopo notte, mentre l’anno nuovo si avvicinava come un ospite timido che attende di essere accolto. Ogni notte era un invito a guardare indietro senza paura e avanti senza fretta, a riconoscere ciò che meritava di essere portato con sé e ciò che invece poteva restare nel buio. Chi desidera vivere davvero le Dodici Notti oggi può farlo senza cerimonie complesse, senza rituali rigidi. Basta un po’ di silenzio, un po’ di ascolto, un po’ di spazio lasciato al mistero. Ogni notte può diventare un piccolo approdo, un luogo in cui fermarsi e guardare ciò che accade dentro e fuori di sé. Si può cominciare accendendo una luce — una candela, una lanterna, un lume discreto — e lasciarla brillare per qualche minuto. Quella fiamma diventa un centro, un punto fermo attorno al quale il pensiero si raccoglie.

 

 

Molti trovano utile dedicare ogni notte a un tema: un ricordo, un desiderio, una paura, un ringraziamento. Non per analizzarli, ma per lasciarli emergere. Le Dodici Notti sono un tempo di rivelazione gentile: ciò che deve salire alla superficie lo farà, se gli si concede spazio. Si può anche tenere un piccolo diario, annotando un’immagine, un sogno, una frase ascoltata durante il giorno. Gli antichi credevano che i sogni di queste notti fossero messaggeri, e che ogni notte parlasse del mese corrispondente dell’anno nuovo. Non è necessario crederci alla lettera: basta ascoltare. Chi ama la natura può uscire per qualche minuto, anche solo sulla soglia di casa, e respirare l’aria fredda. L’inverno, in queste notti, ha un suono diverso: è più profondo, più lento, più antico. Guardare il cielo, ascoltare il vento, osservare il silenzio sono modi per ricordarsi che il mondo non è solo ciò che vediamo di giorno. E poi c’è il gesto più importante: lasciare andare. Ogni notte può diventare un’occasione per deporre un peso, sciogliere un nodo, chiudere una porta con gratitudine.

 

 

E così, quando la Dodicesima Notte si avvicina, qualcosa nel mondo sembra cambiare di nuovo. Non è un rumore, non è un segno evidente: è un movimento sottile, come quando il vento smette di soffiare e la neve resta sospesa nell’aria. È il momento in cui il tempo ricomincia a camminare, piano, come se avesse appena ricordato la strada. Molti, nelle campagne di un tempo, lasciavano una lanterna accesa fino all’alba dell’Epifania. Dicevano che quella luce fosse un ponte tra ciò che era stato e ciò che stava per nascere, un modo per accompagnare l’anno nuovo mentre entrava nella casa.

 

 

Forse è questo che le Dodici Notti ci insegnano ancora oggi: che la trasformazione non ha bisogno di clamore, che la rinascita non arriva con un tuono, ma con un bagliore discreto. Che basta una luce piccola, custodita con cura, per attraversare l’inverno senza perdersi. Che ogni inizio richiede un po’ di buio, un po’ di silenzio, un po’ di ascolto. Quando l’alba del 6 gennaio arriva, non porta via la magia: la lascia dentro di noi, come una brace che continuerà a scaldare i giorni futuri. Le Dodici Notti finiscono, ma il loro dono rimane. Rimane nel modo in cui guardiamo il mondo, nel modo in cui ascoltiamo i nostri sogni, nel modo in cui accendiamo una luce quando la notte sembra troppo lunga. Perché, in fondo, le Dodici Notti non sono un tempo da ricordare: sono un tempo da vivere. E ogni anno tornano, puntuali, per ricordarci che il mondo è più grande di ciò che vediamo, e che dentro ogni inverno c’è già il seme della primavera.

 

Foto via Unsplash

 

Sulle tracce del Principe Maurice: un Natale all’insegna della libertà

Il Principe al Villaggio di Natale di Monte Carlo

Un incontro pre-natalizio dopo tanto tempo, quello tra me e il Principe Maurice. In occasione degli auguri che il Principe dedica ogni anno a voi lettori, un aggiornamento sulle ultime tappe della sua carriera era senz’altro d’obbligo. In questa intervista non mancano le riflessioni sul mondo della notte, sullo stato di salute dei club, ma anche sulle nuove vie dell’entertainment, come le sagre popolari: feste tutte da riscoprire, che invitano alla socialità e non operano distinzioni rispetto all’età dei partecipanti. Tra gli argomenti, poi, spiccano le celebrazioni di Halloween e del compleanno del Principe, quest’anno trascorso in terra straniera. E a proposito di paesi esteri, scommetto che sarete curiosi di scoprire la nuova meta del Grand Tour del nostro eroe, un luogo affascinante e maestoso che ha ospitato uno degli lussuosissimi eventi del Grand Ball de Monte Carlo, di cui Maurice è il Maestro di Cerimonie. Per concludere, il messaggio di auguri natalizi che il Principe rivolge ai lettori di MyVALIUM; ho già anticipato nel titolo di questo articolo quale sarà il soggetto, ma vi esorto a leggere l’intervista fino in fondo e ad assaporare le parole che il Principe Maurice ha in serbo per voi.

Raccontaci, in sintesi, quali sono stati gli eventi-cardine della tua estate.

Tra gli eventi in cui mi sono esibito nei club, posso citare il Memorabilia del Cocoricò del Luglio scorso: molto bello, con l’alba sorta sulla Piramide come da tradizione. E’ stato un Memorabilia sicuramente suggestivo e molto interessante. La mia estate, in realtà, è stata più open air: ci sono stati festival, soprattutto in collaborazione con l’Insomnia e il gruppo di Metempsicosi, poi lo straordinario evento outside al Rimini Beach Arena, sempre un Memorabilia, con un afflusso di pubblico pazzesco…è stata una grande festa techno sulla spiaggia. In più era gratis, qualcosa di necessario in questo momento. I giovani hanno voglia di uscire ma hanno pochi mezzi, quindi poter ogni tanto riuscire ad offrire loro questo servizio è molto importante. Ormai i festival outside sono spesso patrocinati anche dalle amministrazioni pubbliche, che hanno individuato in questo genere di divertimento il modo di concludere in bellezza svariate kermesse.

 

Natale a Monte Carlo

Il mondo della notte si sta allontanando progressivamente dai club sostituendoli con altre forme di intrattenimento: i festival, ma anche le sagre popolari: dimensioni meno “dispersive” che favoriscono maggiormente il contatto umano. Che pensi di questa svolta?

Rispetto alle sagre, devo dire che non ho mai storto il naso: per me è molto importante andare dove c’è gente che ha voglia di stare insieme, di ascoltare della buona musica…dove la buona musica c’è, garantita dai dj che conosco e che accompagno in questo viaggio estemporaneo all’aperto; un concetto essenziale, dato che dobbiamo tutti ancora superare vecchi traumi del passato (Ndr.: il Principe si riferisce al lockdown). Uno degli eventi a cui ho partecipato, per esempio, è stata la Fiera del Folpo, che in veneto significa polipo e si svolge in una cittadina chiamata Noventa Padovana. La Fiera, nell’arco di una settimana, porta a Noventa circa 120-130.000 persone. Mi sono esibito lì e devo dirti che ne è valsa la pena, perché ho trovato una qualità tecnica incredibile e una massiccia partecipazione di pubblico, tra l’altro sempre più composto da diverse generazioni. Io che sono ormai un highlander – ho più di 100 anni anche se non li dimostro – ho trovato i nonni, i padri, i figli e i figli dei figli! E’ molto divertente questa cosa.

 

La Fiera del Folpo di Noventa Padovana

Tra gli eventi open air a cui ho partecipato in Veneto,  vorrei citare  un Charity Music Festival molto bello. Sono stato chiamato da uno degli organizzatori, il produttore di fama internazionale Walterino dj. L’evento si chiama Anguana e mi sono trovato a lavorare fianco a fianco nientepopodimeno che a Iva Zanicchi! Simpatica e giovanissima di spirito. Gli organizzatori mi hanno ospitato in una tenuta nelle campagne  venete adibita a Resort…tutto mi sarei aspettato fuorchè di cenare a tu per tu con Iva che arrivata da Milano presentava un suo nuovo brano in stile afro-house, “Dolce far niente”, realizzato con un duo siciliano di producer e dj straordinari , A-Clark & Vinny, Un successone! La Zanicchi è una grande artista e una grande donna. Incontro indimenticabile. Cambiando discorso, devo dire che attualmente non esistono più produzioni musicali suggestive come quelle che avevamo negli anni ‘90, quindi quando i giovani le ascoltano rimangono sbalorditi…e vogliono ripetere l’esperienza. È una formula che funziona tuttora! Il Memorabilia quest’anno ha compiuto 30 anni, ma ancora piace e ancora funziona.

 

Maurice con Iva Zanicchi

A quali cause principali attribuisci quello che sembra essere una sorta di lento declino dei club?

Sarebbe senz’altro necessario un rinascimento organizzativo dei locali, che stanno continuando a chiudere. A Milano ha chiuso anche il Plastic, dandomi un grande dolore: per me era il club per eccellenza. Quello che sta succedendo ai club dà l’idea della crisi che stanno avendo, vuoi per ragioni economiche, vuoi per ragioni sociali…Bisogna che si capisca che i locali notturni non sono luoghi di vizio o trasgressione, ma anche luoghi di cultura e aggregazione. In questi luoghi si possono trasmettere degli importanti messaggi di costume e società, messaggi positivi sul contenimento di problemi sociali vari. Al mondo della notte andrebbe riconosciuta questa funzione, perché se poi la gente non esce o fa festa in casa, o per strada, potrebbe essere ancora più pericoloso se vogliamo. La formula vincente del Cocoricò, ad esempio, includeva la residenza di dj che potevi trovare solo in quel locale, l’esibizione di personaggi (me compreso) o gruppi che potevi vedere solo lì: tutto questo attirava, c’erano pellegrinaggi che partivano dalla Sicilia o dal Piemonte per arrivare a Riccione. Il declino è dovuto al fatto che, pensando di risparmiare, sono stati adottati dei format triti e ritriti, pronti all’uso, dove ti portano – chiavi in mano – dj, scenografie e animazione. Però questi “pacchetti” sono quasi tutti uguali e la settimana dopo li ritrovi in un altro locale a pochi chilometri di distanza. In generale si è venuto a perdere quell’afflato. Secondo me manca un direttore artistico che abbia potere propulsivo e decisionale, manca la figura del resident che fidelizza il pubblico. I locali, magari, sono belli e aggiornati tecnologicamente, ma ciò che manca è l’anima. Nel mondo dell’entertainment, più investi e più hai. Altrimenti non riesci più ad attirare le persone…Il clubbing dovrebbe recuperare la sua essenza vera, dandosi un carattere con originalità e continuità.

Passiamo ad Halloween. So che per te è stato un 31 Ottobre diverso, circondato non tanto dalle consuete atmosfere oscure, quanto da una luce rigenerante e radiosa. Potresti parlarcene?

Della festa di Halloween si è sempre data un’immagine associata alla paura, all’orrore, quasi come ad esaltarne un aspetto diabolico. Per me, invece, questa festa dalle antichissime radici celtiche simboleggia il contatto con la spiritualità del dopo vita. Penso all’aldilà come a una luce e ho voluto interpretarlo in questo senso: per me è tutta luce, tutta energia. Perciò ho indossato un outfit composto da frammenti di specchi (come sempre realizzato da Flavia) che era un’esplosione di luce, molto vitale. L’esplosione può essere mortale o vitale: io l’ho voluta vitale. Credo che la morte sia semplicemente una prova per l’evoluzione dell’anima. L’immagine che ho dato è piaciuta e ha emozionato. Ad Halloween mi sono esibito al Memorabilia del Cocoricò, e stavolta ho voluto festeggiarlo così. Questo momento storico ha più bisogno di luce che di oscurità. Non se ne può più delle guerre, della cronaca nera, della violenza, dell’indifferenza. della povertà…Bisogna dare dei messaggi positivi. Pubblicizzando la negatività, le tristezze, le miserie – che ci sono sempre state e sempre ci saranno – creiamo un clima di depressione e di sfiducia nei confronti della vita. Quindi, rievocando la morte in maniera luminosa ho voluto dare speranza; anche la vita dev’essere altrettanto luminosa. A livello generale la situazione è quella che è, ma accadono anche cose belle, sebbene non facciano notizia. A livello filosofico e di comunicazione bisogna ricominciare a dare speranza…luce, appunto.

 

Halloween Memorabilia style per i 30 anni dell’amatissimo format del Cocoricò

L’evento a Il Cairo, in Egitto, in cui ti sei esibito con il Gran Ball des Princes et des Princesses di Monte Carlo, si è trasformato in una nuova tappa del tuo Grand Tour: spiegaci come e perché.

Da bambino, quando studiavo la storia degli antichi egizi, mi sono innamorato della cultura faraonica e di questi monumenti incredibili e magici che sono le piramidi. In seguito, la piramide è tornata nella mia vita attraverso il Cocoricò, e poi con il Louvre. Quindi ero già destinato a visitare le piramidi. Avevo già viaggiato in Egitto, ma non mi ero spinto fino a Il Cairo. Quando ho saputo che la produzione del Grand Ball de Monte Carlo avrebbe organizzato un ballo dei Principi e delle Principesse lì,  sono stato entusiasta! Ne ho approfittato e mi sono preso un paio di giorni off per visitare la necropoli di Giza. Ti giuro: ho avuto la pelle d’oca dall’inizio alla fine, la consapevolezza di trovarmi di fronte a una cultura superiore. Si dice addirittura che la necropoli sia opera degli alieni, perché sembra impossibile che gli esseri umani abbiano potuto inventare ed edificare quelle piramidi straordinarie e perfette…sono stupende! Nel mio Grand Tour, quindi, c’è l’antica Grecia, c’è l’Italia e c’è senz’altro l’Egitto, una tappa che sono riuscito a fare nel meraviglioso contesto del Abdeen Palace: un palazzo reale risalente alla metà dell’‘800, quando, dopo la distruzione dell’impero ottomano, è salita al trono la dinastia da cui discendeva re Faruq. Per ospitare la Famiglia Reale con sfarzo fu costruito questo palazzo pazzesco, meraviglioso, una sorta di Versailles nordafricana che oggi è la residenza presidenziale. Pazzesco il Palazzo, quindi, ma pazzesche soprattutto le piramidi, che ho trovato enormi e impressionanti così come la Sfinge. Sono riuscito a toccare le loro pietre, ad abbracciarle, soprattutto quelle della piramide di Cheope che è la più energetica e la più importante. Sarei potuto entrare al suo interno, ma non ho voluto. L’istinto mi ha detto di non farlo perché temevo che non ne sarei più uscito! È stata una forma di rispetto, anche perché le piramidi non sono state fatte per entrarci. In realtà mi sono sentito circondato da tanta energia, forse troppa, e temevo di andare in overdose! Un unico fastidio: gli operatori turistici, a volte un po’ invadenti. Le piramidi sono senz’altro una delle più grandi meraviglie del mondo. A Giza ho percepito una concentrazione di energia attirata dalla forma della piramide stessa. D’altronde, l’avevo già constatato sotto la piramide del Cocoricò e quella del Louvre.

 

La storia di vita del Principe Maurice è costellata di piramidi: qui si trova davanti a quelle, maestose, della Necropoli di Giza

La magnificenza delle Grandi Piramidi di Giza…

…e quella dell’Abdeen Palace, una sorta di Versailles egiziana.

Il 15 Novembre è stato il tuo compleanno. Il ricordo dei festeggiamenti mirabolanti degli anni precedenti è ancora vivo in tutti i lettori di MyVALIUM: ti chiedo quindi di raccontarci dove e in che modo l’hai celebrato.

 L’ho celebrato in modo molto intimo in una cittadina, Saragozza, che da tempo avevo voglia di visitare, perché a Bologna ho abitato in una via che si chiama via Saragozza. Siccome il mio carissimo amico Sascha si è trasferito lì per lavoro durante i mesi invernali, ho pensato di andarlo a trovare. Eravamo solo io, sua moglie e lui, siamo andati a cena in un ristorante stupendo all’interno di un grande centro commerciale e il giorno dopo me lo sono preso tutto per visitare questa bellissima cittadina. Anzi, due giorni dopo, perché l’indomani siamo andati a vedere un luogo pazzesco,il deserto di Tabernas, dove sono stati girati moltissimi film western; poi abbiamo fatto una gita sul lago, circondato da pueblos (paesini), castelli e conventi stupendi. La città di Saragozza mi ha conquistato: è bella, dinamica, vivace, con l’incredibile Basilica di Nostra Signora del Pilar, che è meta di pellegrinaggi internazionali, e monumenti tipo il Castello dell’Aljaferìa, di impianto musulmano, con i suoi giardini, le sue fontane, i suoi archi orientaleggianti…Vi racconto un aneddoto che in pochi conoscono: il fiume che attraversa la città e segna il confine con la Francia si chiama Ebro, in latino Iberus. Pare che Giulio Cesare, dopo aver conquistato la Francia, iniziò ad occupare la penisola iberica, che prese questo nome proprio perché il grande condottiero attraversò quel fiume, l’Iberus. Riguardo a Saragozza, voglio segnalare anche la presenza artistica di uno dei pittori da me più amati in assoluto, Francisco Goya. Non c’è bisogno di dire che aggiungerò questa tappa al mio Grand Tour.

 

Il compleanno di Maurice, che ha festeggiato in quel di Saragozza

Arriviamo al 7 Dicembre, una data cruciale per il grandioso evento di chiusura  del trentennale del Memorabilia del Cocoricò.  Cosa avete escogitato  per questa importante celebrazione?

 Beh, è stato davvero grandioso, oltre ogni aspettativa! I festeggiamenti sono andati avanti tutto l’anno e non poteva esserci finale più straordinario. C’era molta aspettativa intorno a questo evento. Io, suggestionato ancora dalle piramidi, mi sono esibito in una performance che definirei “faraonica”! Hanno partecipato dj storici del genere techno; uno in particolare, Jeff Mills, da moltissimo tempo non si esibiva in Italia. A partire da Cirillo (ideatore del format), coadiuvato dai fedeli Saccoman e Ricci jr, non sono mancati i testimoni della parte House: Claudio di Rocco, Federica BabyDoll e i PastaBoys e quali ospiti internazionali: Marc Acerdipane PCP e Westbam oltre al già citato Mills, tutti iconici artisti che ci siamo regalati per festeggiare alla grande. Abbiamo voluto estendere gli orari, perciò il Memorabilia, cominciato alle 18.30, è andato avanti fino alle 3 di notte. Abbiamo segnato una pietra miliare del genere techno.

 

La performance faraonica del Principe all’Unipol Arena di Bologna, che ha concluso le celebrazioni per i 30 anni del Memorabilia

Il Natale si avvicina a grandi passi.. ti chiedo di anticiparci qualcosa sulle tue feste natalizie… e ti porgere, come sempre, i tuoi auguri ai nostri lettori.

Credo che trascorrerò la vigilia e il pranzo di Natale in famiglia; la sera di Natale mi esibirò in un elegantissimo locale del vicentino, la Ca’ dei Gelsi, dove verranno organizzati un apericena show e poi una parte più danzata con des del calibro di Joe T. Vannelli, Walterino e Max Morgani. Mi hanno chiamato, mi hanno voluto, e mi sono detto “Perché no”? Penso che passerò il Capodanno sempre in Veneto tra Venezia e Treviso, ma mi sento abbastanza libero di prendere magari un aereo all’ultimo momento e raggiungere amici a Parigi… chissà? Oppure a casa a Palma di Maiorca… La mia sarà una “New Year’s Eve” all’insegna della libertà. Ecco, il mio augurio per queste festività è di viverle all’insegna della Libertà! Libertà dai luoghi comuni, dal consumismo sfrenato, dalle convenzioni. Libertà di viverle in maniera spontanea e intima senza dover stare a regole se non quelle imposte dalla nostra voglia di star bene in compagnia con gli affetti più veri e sinceri. Aggiungerei anche con uno spirito un po’ più avventuroso e curioso di nuovi luoghi ed emozioni.

 

 Buon Natale a tutti dal Principe Maurice e da MyVALIUM!

 

Photo courtesy of Maurizio Agosti