Il senso del mistero tipicamente autunnale: perché ne siamo tanto attratti?

 

I misteri illuminano le tenebre che ci circondano mantenendo il segreto di se stessi, come una lampada che ci dà luce anche se non capiamo il suo funzionamento.

(Paul Claudel)

 

L’autunno è una stagione misteriosa: pensate solo agli spettri di Halloween, o alle prime brume. In autunno il buio cala presto, gli alberi si spogliano, si ricomincia ad accendere le candele. Alla solarità dell’estate, alla sua vita proiettata verso l’esterno, si sostituiscono le ombre del crepuscolo e uno stato d’animo rivolto all’introspezione. L’autunno sancisce, forse, la svolta più profonda dell’anno: un cambio di ritmo che coinvolge direttamente il nostro mondo interiore. E anche l’attrazione per il mistero, così spiccata in questo periodo dell’anno, diventa parte di una precisa risposta psicologica, biologica e culturale all’“umore” dell’autunno e alle sue atmosfere.

 

 

Il fascino della transizione

La natura, in autunno, si impregna di una forte suggestività: tutto è pronto per il riposo stagionale. La nebbia fa le sue prime apparizioni e le ore di luce si riducono notevolmente, sprofondando il paesaggio nell’oscurità. I rami degli alberi, che perdono le foglie a poco a poco, ci ricordano che l’inverno è vicino, segnando un punto di non ritorno con la rigogliosità estiva. Psicologicamente sperimentiamo una fase detta “liminale”, dal latino “limen”, ovvero “soglia”: una transizione tra un periodo che abbiamo superato e un altro che ci accingiamo a raggiungere. Questa fase comporta un coinvolgimento profondo delle nostre emozioni, sensazioni e percezioni. La natura che si trasforma ci invita a lasciarci alle spalle il passato e a predisporci al rinnovamento,  andando incontro a un futuro che non ha ancora preso forma; ed è proprio qui che risiede il suo fascino: nel senso di mistero, nell’indefinitezza. Le atmosfere intime e raccolte dell’autunno, l’avanzare dell’oscurità, stimolano il pensiero introspettivo e l’immaginazione. Nel buio può nascondersi qualsiasi cosa. Il mistero aleggia in ogni angolo di strada. Le ombre celano segreti. Dove l’occhio non vede, la mente vaga a ruota libera.

 

 

Halloween e il mistero del velo che si assottiglia

Il senso di mistero tipico dell’autunno affonda le sue radici anche in questa antica ricorrenza celtica, originariamente chiamata Samhain: per i celti era il Capodanno, lo spartiacque tra l’ultimo raccolto e l’inizio dell’inverno. E’ importante dire che, la notte di Samhain, il velo tra il mondo dei vivi e l’aldilà si assottigliava: ciò permetteva alle anime dei defunti, ma anche agli spiriti maligni e alle entità malvagie, di vagare liberamente nei luoghi della vita terrena. Non è un caso che tutta l’iconografia orrorifica legata alla vigilia di Ognissanti sia orientata al macabro, all’oscuro, al soprannaturale; l’enfatizzazione delle credenze celtiche ha portato a definire l’autunno una “spooky season”, la stagione più spaventosa dell’anno. Ottobre, di conseguenza, è diventato l’epitome di quel mood predominante.

 

 

Jung e la zona d’ombra

Carl Gustav Jung, fondatore della psicologia analitica, affermava che ognuno di noi convive con una zona d’ombra dove si celano gli impulsi, le emozioni, i tabù e i desideri inconsci, rimossi perché non accettati da noi stessi o dalla morale comune. L’autunno, con le sue atmosfere nebbiose e le sue cupezze, diventa lo scenario ideale per metterci in contatto con la nostra zona d’ombra: i racconti macabri, la visione di horror memorabili, il gusto per il brivido vengono sdoganati e tollerati socialmente in vista della festa di Halloween. Il mistero ci attrae perchè dona l’adrenalina necessaria per condurci nelle profondità di tutto ciò che, in altri contesti e situazioni, ci spaventerebbe. Le storie dell’orrore e la celebrazione di ciò che è oscuro ci permettono di esorcizzare paure come quelle della morte e dell’ignoto, ammantandole non di rado della giocosità di certi travestimenti halloweeniani.

 

 

La chimica del mistero

A proposito dei brividi che proviamo addentrandoci nella spooky season, sapevate che è una questione di chimica? Penetrare il mistero ed i suoi enigmi provoca in noi una potente euforia: tutto merito della dopamina, dell’adrenalina e delle endorfine che il nostro cervello rilascia quando subiamo il fascino della paura. Questa sensazione scaturisce da una sicurezza di fondo, quella della propria incolumità. Dopotutto stiamo guardando un horror al sicuro, tra le pareti di casa nostra, oppure partecipiamo ad una festa dove siamo sì circondati da mostri, ma sono tutti nostri amici…

 

 

Quando il mistero ci culla dolcemente

Il mistero, però, non si associa solo alle emozioni forti. Può essere dolcemente malinconico, persino rassicurante. I primi freddi, le foglie che cadono, la pioggia che batte sui vetri, infondono una cupezza avvolgente, una malinconia che non ci affrettiamo a nascondere, poichè sembra giustificata dalle caratteristiche stagionali. Il mistero dell’autunno, insomma, riesce a cullarci nelle sue atmosfere dark risultando quasi confortevole. E a sottrarci la verve senza farci sentire sbagliati.

 

 

La casa come rifugio

La riscoperta del comfort casalingo, che gli scandinavi chiamano “hygge”, passa proprio attraverso il mistero tipicamente autunnale. Gli stessi elementi che contribuiscono a creare in noi inquietudine e ombrosità rappresentano dei potenti incentivi a cercare protezione nel guscio della nostra casa, dove ci rifugiamo in cerca di serenità e relax.

 

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“Tramonto”, una poesia di Antonia Pozzi

 

Fili neri di pioppi –
fili neri di nubi
sul cielo rosso –
e questa prima erba
libera dalla neve
chiara
che fa pensare alla primavera
e guardare
se ad una svolta
nascano le primule –
Ma il ghiaccio inazzurra i sentieri –
la nebbia addormenta i fossati –
un lento pallore devasta
i colori del cielo –
Scende la notte –
nessun fiore è nato –
è inverno – anima –
è inverno.

(da “Parole”, Mondadori, 1939)

 

“Antico inverno”, una poesia di Salvatore Quasimodo

 

Desiderio delle tue mani chiare
nella penombra della fiamma:
sapevano di rovere e di rose;
di morte. Antico inverno.

Cercavano il miglio gli uccelli
ed erano subito di neve;
così le parole.
Un po’ di sole, una raggera d’angelo,
e poi la nebbia; e gli alberi,
e noi fatti d’aria al mattino.

(da “Acque e terra”, Solaria, Firenze, 1930)

 

Nebbia, dal latino “nebula”

 

L’Autunno è la stagione delle prime nebbie. Un fenomeno affascinante per alcuni, fastidioso per altri. Ma vi siete mai chiesti cosa sia davvero quella nuvola immortalata tante volte nei film di Federico Fellini? Il termine nebbia ha origini latine: “nebula”, nell’antica Roma, poteva significare sia “nebbia” che “nuvola”. In effetti, la nebbia non è altro che una nuvola che si forma, anzichè nel cielo, direttamente sopra il suolo. In Autunno sorge soprattutto di sera, o di notte, quando le temperature si raffreddano considerevolmente e in modo repentino. Ma affinchè si formi la nebbia, è necessario che l’aria fredda raggiunga il cosiddetto “punto di rugiada”, che è quello in cui il vapore acqueo si condensa. Quando l’umidità arriva al 100%,  il vapore acqueo presente nella massa d’aria comincia a condensare originando fittissime e minuscole gocce d’acqua: una vera e propria nuvola a contatto con il suolo e sospesa nell’atmosfera.

 

 

Di giorno, il calore dei raggi del sole fa sì che le goccioline evaporino, tramutandosi in vapore acqueo. Ma quando scende la sera, e il freddo e l’umidità aumentano notevolmente, il vapore acqueo condensa, ovvero torna allo stato liquido, trasformandosi nelle goccioline d’acqua che compongono la nebbia. Quali sono i parametri per definire la nebbia, assicurarsi che si tratti di nebbia davvero e non di foschia? L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha deliberato l’utilizzo del termine “nebbia” nel caso la visibilità risulti inferiore a un chilometro. Quando la visibilità è inferiore ai 30 metri, si parla di “nebbia densa”; se è compresa tra i 50 e i 30 metri di “nebbia fitta”, tra i 50 e i 200 metri di “nebbia spessa”. Con “foschia”, invece, si indica una riduzione della visibilità che va dall’uno ai cinque chilometri.

 

 

Esistono tanti tipi di nebbia: da irraggiamento, da avvezione, da umidificazione, frontale, sopraffusa, alta…Senza entrare troppo nei dettagli, voglio soffermarmi su una nebbia intrisa di meraviglia. Nelle aree artiche e antartiche, dove la temperatura oltrepassa abbondantemente il punto di congelamento (e può arrivare, per intenderci, fino a – 30 o – 40 gradi), il vapore acqueo si tramuta in microscopici cristalli di ghiaccio. Si parla dunque di “nebbia gelata”. Sempre in queste zone esiste poi una nebbia chiamata “polvere di diamante”: è una sorta di pioggia di aghi di ghiaccio che non riduce la visibilità e si manifesta con un cielo completamente limpido e soleggiato.

 

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Grigio, il colore di Novembre

 

Il colore di Novembre è il grigio, e non poteva essere altrimenti: grigio come il cielo, come la nebbia che si infittisce di notte e di mattina presto… grigio come il Craterellus cornucopioide, un fungo – noto anche come “trombetta dei morti” – che spunta in prossimità della Commemorazione dei Defunti. E poi come la moda, l’arredamento, gli accessori, che si tingono di grigio in questo periodo dell’anno. Perchè il rimando alla tonalità predominante promuove un senso di armonia e di connessione con il creato.

Un colore neutro

Il grigio è un colore neutro, o un “non colore”, poichè si ottiene mescolando il bianco e il nero. Ma in pochi sanno che può essere creato anche combinando il rosso, il blu e il giallo in parti uguali.

Il nome

Il suo nome ha un’origine germanica: proviene da “gris”, ovvero “brizzolato”.

La storia in pillole

Anticamente, il grigio era considerato tutt’altro che un colore scialbo: nel Medioevo veniva contrapposto al nero e considerato dunque una tonalità gioiosa. Dal XVI secolo in poi, il grigio l’ha fatta da padrone: dapprima, grazie ai libri e alle incisioni dell’epoca, poi diventando il “colore ufficiale” del Protestantesimo, che lo assurse a cromia portante dei luoghi associati alla vita di culto, domestica e sociale. Il grigio è sempre stato un “non colore” prediletto dagli artisti, in quanto consentiva di creare chiaroscuri straordinari; non è un caso che, tra il XV e il XVI secolo, il grisaille fosse la tecnica pittorica più utilizzata. Non riguardava solo i dipinti, bensì le vetrate, le miniature, le decorazioni dei muri. Il fulcro di questa tecnica era rappresentato dal monocromo, nello specifico l’uso di vari toni di grigio, che permetteva di realizzare dei magnifici giochi di luci, ombre e sfumature.

La simbologia

Nell’epoca contemporanea, il grigio viene perlopiù identificato con la malinconia, la monotonia, la mancanza di entusiasmo, la sobrietà: tutti significati che non si riconducono esattamente al brio. Per riassumere il concetto, dire “grigio” equivale a dire “grigiore”. Il grigio è associato all’età avanzata, e così alla saggezza; grigia è anche la cenere, un dettaglio che può rimandare al lutto. Ma non dobbiamo considerarlo un colore legato ad accezioni esclusivamente negative: un cielo grigio autunnale, ad esempio, è intriso di potenti suggestioni e vibrazioni cosmiche. Persino la nebbia ha un suo fascino, una sua poesia; con la sua coltre fiabesca, è in grado di creare atmosfere oniriche pervase di mistero e senso dell’ignoto.

 

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L’Autunno in 10 aggettivi

 

Con quali aggettivi potrebbe essere descritto, l’Autunno? Ognuno ha i propri. Vi presento i miei: ne ho scelti dieci, quelli che a me sembrano più rappresentativi per raccontarlo in estrema sintesi.

 

L’Autunno è confortevole

Bere una tisana calda mentre fuori piove, lasciarsi avvolgere dal profumo di una candela aromatica, assaporare ore di assoluto relax davanti al focolare…l’Autunno ci fa tornare ad apprezzare il comfort e le atmosfere intime della nostra casa.

 

L’Autunno è goloso

Il castagnaccio, la sbrisolona, la torta di mele, la crostata alla marmellata di more, la torta alle noci, la torta di pere e cioccolato, lo strudel con mele e fichi o con uva nera…l’Autunno è una vera e propria pasticceria di delizie. E vale la pena di indugiare nei peccati di gola.

 

L’Autunno è caldo

“Caldo”??? Ma come? Se le temperature sono già calate vertiginosamente! Ebbene sì: l’Autunno è caldo perchè ci permette di avvolgerci nei soffici maglioni in lana o cashmere, nelle sciarpe e nei cappotti che ci tengono piacevolmente al riparo dai primi freddi.

 

L’Autunno è misterioso

La nebbia avviluppa gli scenari autunnali dando vita a un’atmosfera di profondo mistero. Ma non solo: quando arriva Ottobre, Halloween comincia ad avvicinarsi a grandi passi. E tutti (o quasi tutti) si preparano a fare un salto nell’oscurità.

 

L’Autunno è stregato

“Per alcuni, l’autunno viene presto, e permane per tutta la vita, quando ottobre segue settembre, e novembre tocca ottobre, e poi, invece di dicembre e del natale, non c’è la stella di Betlemme, non c’è letizia, ma ritorna settembre e il vecchio ottobre, e così via, per tutti gli anni, senza inverno, senza primavera, senza estate vivificatrice”, scrive Ray Bradbury ne “Il popolo dell’Autunno”. E tornano subito a rivivere le stregate atmosfere halloweeniane.

 

L’Autunno è intenso

I tramonti autunnali colpiscono per i loro colori intensi e ipnotici: sfumature dorate e arancioni che ci attirano in un turbine di meraviglia e non ci lasciano più andare.

 

L’Autunno è colorato

Lungi dall’essere malinconico, l’Autunno è un’esplosione di colori. Non è un caso che da Domodossola parta un treno speciale chiamato “Treno del Foliage”: arriva fino in Svizzera e permette ai passeggeri di ammirare questa tavolozza di spettacolari cromie dal finestrino.

 

L’Autunno è abbondante

L’Autunno abbonda di doni della terra: ci regala frutta e verdura in quantità e in un tripudio di colori e di sapori. Tant’è che, anticamente, questa rigogliosità veniva simboleggiata dalla cornucopia, il corno dell’abbondanza che un gran numero di artisti inserì nei propri dipinti.

 

L’Autunno è crepuscolare

In Autunno, il buio arriva sempre più presto. Ma il crepuscolo è tutto fuorchè malinconico: al calar della sera, i lampioni si accendono donando alle strade un’immensa suggestività.

 

L’Autunno è magico

La magia dell’Autunno risiede in una molteplicità di fattori. Scopriteli rileggendo tutti i punti trattati finora.

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“Sera di Febbraio”, una poesia di Hermann Hesse

 

Bluastro sul pendio del colle al lago di un bagliore
opaco è il crepuscolo di soffice neve che si scioglie,
nella nebbia labili come pallidi sogni
nuotano corone ramose di alberi morti.

Ma per il villaggio, per i vicoli immersi nel sonno
passa il vento notturno, tiepido, calmo e ozioso,
posa alla siepe e negli oscuri giardini risveglia
e nei sogni dei giovani la primavera.

 

Gennaio

 

“Il primo giorno di gennaio porta sempre alla mia mente una serie di riflessioni molto solenni e importanti e una domanda più facile a farsi che a rispondergli: come sono migliorato l’anno passato e con quali buone intenzioni vedo l’alba del prossimo?”
(Charlotte Brontë)

 

Caratteristiche

Gennaio, nel Calendario Gregoriano, sancisce l’inizio del nuovo anno: potremmo definirlo il mese delle buone intenzioni e dei buoni propositi. E’ anche il secondo mese dell’Inverno, il che delinea le sue caratteristiche climatiche e le sue atmosfere. A Gennaio il freddo, la neve e il gelo regnano sovrani (o almeno lo facevano fino a qualche anno fa, prima dei mutamenti del clima terrestre), le giornate cominciano a diventare più lunghe. Il bianco, alternato al grigio, è il colore predominante. I lavori agricoli si arrestano completamente: le basse temperature e il maltempo impediscono qualsiasi tipo di attività. La natura rimane assopita, gli animali proseguono il loro letargo. Gli ultimi tre giorni del mese, i cosiddetti “giorni della merla”, vengono addirittura considerati i più freddi dell’anno. Eppure, anche Gennaio ha un suo potente fascino: è una promessa di luce, un mese di rinascita. Comincia con il giorno di Capodanno, proprio quando il nuovo ciclo annuale è ancora tutto davanti a noi.

Storia

I romani fecero derivare il suo nome, il latino Ianuarius, da Ianus, ovvero Giano, la divinità bifronte associata ai passaggi e al cambiamento: non è un caso che “ianua”, nell’antica Roma, significasse “porta”. Gennaio diventò il primo mese dell’anno grazie a Giulio Cesare, nel 46 a.C. Promulgando il Calendario Giuliano, infatti, il “dictator” di Roma fissò il Capodanno al primo Gennaio, non più a Marzo come stabiliva il Calendario Romano. Ma non fu sempre così: nel Medioevo, ad esempio, l’anno cominciava in una data diversa per ogni città. Fu solo nel 1582, con l’entrata in vigore del Calendario Gregoriano, che il primo Gennaio tornò a coincidere con il Capodanno; la riforma del calendario voluta da Papa Gregorio XIII estese questa usanza a tutti i paesi cattolici.

Segni zodiacali

Fino al 20 Gennaio siamo sotto il segno del Capricorno, a cui il 21 subentra l’Acquario.

Ricorrenze

Gennaio esordisce con le festività natalizie, includendo Capodanno (il primo giorno del mese) e l’Epifania (il 6): per la Chiesa d’Occidente, la ricorrenza legata all’Adorazione dei Magi e alla rivelazione di Gesù bambino ai cosiddetti Gentili (i pagani); per la Chiesa d’Oriente, la data in cui il Bambinello fu battezzato nel fiume Giordano e la commemorazione del miracolo delle nozze di Cana, il primo compiuto da Gesù.

Colore

Il colore di Gennaio è il grigio, collegato sia al ghiaccio che alla nebbia, anche metaforica: potrebbe rappresentare la nebulosità di un futuro ancora tutto da decifrare.

Pietra Preziosa

Gennaio si lega al granato (in latino “granatus”), una gemma simile, per colore e forma, ai semi della melagrana. Questa pietra, in realtà, è rintracciabile in svariati colori, ma il rosso è la sua tonalità classica e proviene dal Mozambico. Anticamente, in epoca medievale,  si pensava che il granato favorisse la guarigione dalle infiammazioni. Scintillante e luminoso, il granato simbolizza alla perfezione la luce che si associa ad ogni nuovo inizio.

 

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Caronte: perchè si chiama così e chi era il terribile traghettatore degli Inferi

 

Caronte: ma chi ha dato, e perchè, questo nome all’anticiclone africano più torrido di sempre? La tradizione di affibbiare determinati nomi ai fenomeni atmosferici, in Europa, ha avuto inizio negli anni Cinquanta all’Istituto di Metereologia dell’Università di Berlino. Nel 1954 fu compilata una lista di dieci nomi di persona da assegnare ai principali eventi meteo; curiosamente, le aree di alta pressione atmosferica (associate al bel tempo) vennero denominate con nomi maschili, mentre quelle di bassa pressione (associate al cattivo tempo) con nomi femminili. Ciò provocò malcontento, in particolare tra le femministe, pochè una simile prassi fu considerata discriminatoria in base al genere. Negli anni Novanta si stabilì quindi che, annualmente, si sarebbero alternati nomi maschili e femminili in ordine alfabetico a prescindere dal fenomeno atmosferico. In conclusione, a battezzare gli eventi metereologici nel Vecchio Continente è l’Istituto berlinese da 70 anni a questa parte. Vale ora la pena di ricordare chi fosse Caronte.

 

Caronte in un’incisione di Gustave Doré, che illustrò la “Divina Commedia” (1861-1868)

Caronte è una figura che ritroviamo sia nella mitologia greca che romana: si occupava di traghettare le anime dal mondo dei vivi all’Ade, il regno dei Morti, attraverso il fiume Stige (come riporta Virgilio nell’Eneide) o Acheronte (come riporta Dante nella Divina Commedia). Caronte, però, svolgeva le proprie mansioni solo a beneficio di chi era stato seppellito con una cerimonia funebre oppure era in grado di pagargli un obolo per il viaggio. Tutti coloro che erano privi di questi requisiti venivano condannati a errare nel Limbo, un bosco spettrale ammantato di nebbia, per l’eternità. Se le anime in questione, invece, potevano permettersi di salire sull’imbarcazione di Caronte, venivano traghettate da una sponda all’altra del fiume Acheronte. Il traghettatore infernale viene descritto da Dante come un uomo spaventoso: un vecchio con barba e capelli lunghi e candidi accompagnati da occhi cerchiati di fuoco. Non a caso Caronte è il figlio di Erebo, la personificazione dell’oscurità degli Inferi, e di Notte, la personificazione della notte della Terra. L’obolo, il pedaggio da pagare per la traghettatura, è un dettaglio molto importante. Sia nell’antica Grecia che nell’antica Roma, infatti, vigeva l’usanza di seppellire i cadaveri con una moneta sotto la lingua o due monete sugli occhi: per evitare che i defunti vagassero nell’Ade come anime in pena, i loro familiari li dotavano dell’obolo da versare a Caronte. In Grecia, questa tradizione è stata abolita solo in tempi recenti. Il demoniaco traghettatore dell’Ade, tuttavia, non ha trasportato sull’altra sponda del fiume soltanto morti; tra i vivi saliti sulla sua barca figurano personaggi mitologici del calibro di Enea, Persefone, Teseo, Ercole, Orfeo, Psyche. L’elenco si allunga, in seguito, con San Paolo e Dante Alighieri.

 

Caronte in un dipinto di Joachim Patinir (1520-1524 circa) conservato nel Museo del Prado

Caronte appare in due pietre miliari della letteratura quali l’Eneide di Virgilio e la Divina Commedia di Dante Alighieri, dove entra in scena nel Canto III dell’Inferno. Anche il commediografo greco Aristofane, intorno al V secolo a.C., lo incluse nella sua pièce Le Rane, facendogli fare una breve comparsa. Se Caronte è una figura mitologica, i Caronti sono realmente esistiti.  Ma chi erano, esattamente? Nell’antica Roma, veniva chiamato Caronte colui che dava il colpo di grazia al gladiatore in fin di vita che aveva perso il combattimento. Il Caronte aveva un aspetto inquietante: celava il volto con una maschera che raffigurava il suo omonimo mitologico, e per portare a termine il suo compito si serviva di una mazza. Dopo essersi accertato che il gladiatore avesse esalato l’ultimo respiro, il Caronte caricava il suo corpo su un carro e lo trasportava nel cosiddetto “spoliarum”. In questa macabra stanza dell’anfiteatro, il gladiatore veniva spogliato  e i Caronti procedevano a impossessarsi del suo sangue. Costoro, infatti, avevano una sorta di seconda attività: vendevano il sangue dei gladiatori, reputato un potente amuleto e un antidoto a mali come l’astenia e la mancanza di virilità. Nella vita quotidiana, per rendere ancora più lugubre la loro figura, i Caronti usavano tingersi la pelle di verdognolo per rievocare la caratteristica tonalità della decomposizione cadaverica. Ma non voglio concludere questo articolo con racconti così funerei. Passiamo allora al motivo per cui l’anticiclone africano è stato battezzato con il nome del terribile nocchiero degli Inferi. La ragione è molto semplice: al Caronte sub-tropicale spetta il compito di “traghettarci” nelle infuocate estati del cambiamento climatico.

Immagini di Caronte: Public Domain via Wikimedia Commons