Settembre, mese di vendemmia: i proverbi dedicati al vino

 

Cosa rappresentava, il vino, nella cultura agreste? Non solo una bevanda, bensì un cardine attorno al quale ruotavano le tradizioni, il lavoro agricolo, l’attaccamento al territorio e l’identità stessa di un determinato luogo. Il vino era uno dei più preziosi doni della terra, in grado di inebriare e quindi di sconfiggere il dolore e tutto ciò che “ingabbiava” la mente. Il vino incarnava la gioia, la vita, la condivisione…Scandendo, attraverso rituali come la vendemmia, i ritmi e i cicli stagionali. Il vino era sapere, continuità, cultura: la conoscenza delle uve, delle caratteristiche dei vitigni, il rispetto per la loro evoluzione naturale, costituivano un aspetto fondamentale della vita contadina. In un simile contesto, non potevano mancare i proverbi dedicati al vino. E vi assicuro che ne esiste un gran numero, sicuramente superiore rispetto a quello che il popolo rurale riservava ai mesi dell’anno! Ne ho selezionati alcuni e ve li presento in questo post.

 

 

Amicizia stretta dal vino non dura da sera a mattino.

 

 

Il vino non è buono se non rallegra l’uomo.

 

 

Buon vino fa buon sangue.

 

 

Quando il vino rende lieti, se ne fuggono i segreti.

 

 

Pane fa panza, vino fa danza.

 

 

A San Martino, apri la botte e assaggia il vino.

 

 

Buon fuoco e buon vino, scaldano il mio camino.

 

 

Chi beve vino prima della minestra vede il medico dalla finestra.

 

 

Buon vino, tavola lunga.

 

 

Chi ha pane e vino, sta meglio del suo vicino.

 

 

Chi vendemmia troppo presto, svina debol e tutto agresto.

 

 

Chi ha buon vino in casa, ha sempre i fiaschi alla porta.

 

 

L’acqua fa male e il vino fa cantare.

 

 

Pane finché dura, ma il vino a misura.

 

 

L’uomo si riconosce in tre maniere: in collera, alla borsa e al bicchiere.

 

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I dolci italiani della vendemmia: 5 tipicità regionali

 

Dopo la schiacciata con l’uva (rileggi qui l’articolo che MyVALIUM le ha dedicato), è il momento di conoscere gli altri dolci tradizionali della vendemmia italiana. Ogni regione, ogni area della nostra penisola ha il suo: si tratta di dolci “poveri” ma buoni, rigorosamente preparati con i chicchi d’uva e il mosto di Settembre. Come la schiacciata d’uva, venivano (o vengono tuttora) consumati durante le sagre autunnali, e le loro radici affondano nella cultura agreste. Passiamoli in rassegna uno per uno.

 

Il pane, le ciambelle e i biscotti di mosto

 

Sono tipici del centro Italia, in particolare delle Marche e del Lazio. L’impasto si prepara con il mosto fresco; il prodotto finale risulta soffice, voluminoso e dolcemente aromatico. Il biscotto di mosto, in realtà, del biscotto non ha nulla: è una brioche in pasta di pane dalla caratteristica forma a treccia. Ciò che rende inconfondibili questi dolci è il sapore di semi di anice con cui vengono arricchiti.

 

Il sugolo

 

Originario di regioni quali l‘Emilia Romagna e la Lombardia, il sugolo è una specie di budino che tra i suoi ingredienti, un tempo, annoverava solo mosto e farina. Oggi è molto più zuccherato, ma ugualmente delizioso. Viene servito caldo, dopo una cottura che segue alla pigiatura. Nel 2021, il sugolo ha ottenuto la certificazione De.Co. (Denominazione Comunale di Origine) dal Comune di Gonzaga.

 

La torta Bertolina

 

Proviene dal cremasco, e pare che abbia origini ottocentesche: viene guarnita infatti con l’uva fragola, che proprio in quel periodo fu importata dall’America. A Crema esiste addirittura una sagra che ha preso il suo nome, la Sagra della Bertolina, dove ogni anno, nel mese di Settembre, è possibile degustare la torta. Questo dolce della vendemmia, inoltre, è stato riconosciuto come P.A.T., Prodotto Agroalimentare Tradizionale Italiano.

 

La sapa

 

E’ uno sciroppo d’uva caratteristico dell’area che comprende l’Emilia Romagna, le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo, la Sicilia, la Calabria e la Sardegna. Il mosto viene cotto a fuoco lento affinchè consegua una consistenza estremamente densa, dopodichè, dato il suo sapore zuccherino, è comune utilizzarlo come dolcificante. La sapa, dal colore molto scuro, si versa sulle torte e sui biscotti, ma accompagna anche piatti quali la polenta o lo gnocco fritto, oppure si spalma sui formaggi.

 

La mostarda d’uva

 

In Piemonte, sua terra d’origine, viene chiamata comunemente Cugnà, ed ha radici antichissime. Si preparava nei giorni della vendemmia perchè il mosto non andasse sprecato. Al mosto d’uva, rigorosamente cotto, veniva aggiunto un tripudio di spezie e di frutta fresca: noci, nocciole, fichi secchi, mele cotogne, mele, pere, arance, zucche, scorza d’arancia…Ne risultava una sorta di marmellata dalla consistenza densa e dall’aroma a metà tra il dolce e lo speziato. Oggi, la mostarda d’uva è considerata uno storico prodotto del Monferrato. Può essere spalmata sia sul pane o sui biscotti che sulla carne o sui formaggi stagionati: manterrà intatta la sua delizia.

Foto

Torta Bertolina di Cremasco, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Sapa di Saba san giacomo.JPG, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

 

I dolci italiani della vendemmia: la schiacciata con l’uva della tradizione toscana

 

Di nuovo un post dedicato all’uva? Certo, è tempo di vendemmia (rileggi qui il post che ho dedicato a questo antichissimo rituale) ed è un argomento che non va trascurato. Stavolta, però, lo approfondiremo dal punto di vista della gola: sapevate che la tradizione agreste pullula di dolci tipici della raccolta dell’uva? Sono dolci a base di mosto o di acini succosi, molto semplici ma a dir poco irresistibili. Era comune prepararli in occasione delle sagre e per allietare le serate autunnali, talvolta persino natalizie: basti pensare, ad esempio, alla mostarda d’uva abruzzese, abitualmente consumata durante le feste di fine anno. Oggi scopriremo il dolce più famoso, la schiacciata con l’uva, e nei prossimi giorni esploreremo tutti i restanti manicaretti della vendemmia.

 

 

La schiacciata con l’uva nasce in Toscana, nei vigneti che circondano Firenze e Prato. Questo dolce è diffuso anche nel grossetano, dove però prende il nome di “schiaccia con l’uva”. La schiacciata è in realtà una focaccia, ma una focaccia dolce; alcuni la definiscono “pane dolce” senza tanti giri di parole. Prepararla è semplicissimo: basta munirsi di pasta da pane, zucchero, olio extravergine e uva canaiola, una varietà contraddistinta da acini di piccole dimensioni che abbondano di semi. L’uva canaiola, scarsamente idonea per essere degustata sotto forma di vino, si rivela ottimale per dare alla schiacciata sapore e gusto. La focaccia toscana veniva consumata in periodo di vendemmia, durante le sagre; tra Settembre e Ottobre era presente in tutte le case, e offrirla agli ospiti era considerato un gesto estremamente conviviale.

 

 

L’esiguo numero degli ingredienti che la compongono è sempre valso alla schiacciata la definizione di “piatto povero”. Povero, ma certamente non privo di dolcezza: l’uva canaiola, d’altronde, è celebre per il sapore zuccherino dei suoi chicchi. La tradizione toscana prevede che i molteplici semi contenuti in questa varietà d’uva rimangano rigorosamente intatti. Secondo alcune testimonianze, la ricetta della schiacciata con l’uva risalirebbe nientemeno che ai tempi degli Etruschi. La famosa focaccia si prepara con la pasta del pane già lievitata: quando il primo impasto viene steso sulla spianatoia, si aggiungono quattro cucchiai d’olio extravergine e 50 grammi di zucchero prima di lavorarlo una seconda volta. Dall’impasto vengono ricavate due sfoglie; dopo averne inserita una in una teglia oliata, sullo strato di pasta si versano un tripudio di acini d’uva, due cucchiai d’olio d’oliva e un cucchiaio di zucchero. La seconda sfoglia servirà per ricoprire il tutto, e sarà sormontata da numerosi chicchi di canaiola. Due ulteriori cucchiai d’olio e un’abbondante spolverata di zucchero completano l’opera; poi, la focaccia viene lasciata cuocere per circa un’ora in un forno che ha già raggiunto la temperatura di 180 gradi.

Foto della schiacciata via Flickr, dall’alto verso il basso:

Sara Gambarelli, CC BY-NC-SA 2.0

Mei Man Ren Sheng, CC BY-NC-ND 2.0

 

La vendemmia: un rito antichissimo e le sue tradizioni

 

Sono i giorni più belli dell’anno. Vendemmiare, sfogliare, torchiare non sono neanche lavori; caldo non fa più, freddo non ancora; c’è qualche nuvola chiara, si mangia il coniglio con la polenta e si va per funghi.
(Cesare Pavese)

 

Settembre, da sempre, è tempo di vendemmia. Un termine che indica la raccolta dell’uva da vino: l’ultima tappa di un impegno nei vigneti che dura un anno intero, a cominciare dalla potatura invernale di Gennaio. L’uva che si raccoglie durante la vendemmia, in sintesi, è quella che troviamo sulle nostre tavole tramutata in delizioso nettare degli dei. Ma la vendemmia, oltre ad essere una pratica agricola, è un vero e proprio rituale: sopravvive da secoli, portando con sè un bagaglio di tradizioni, usanze scaramantiche e tecniche entrate far parte degli annali della cultura agreste. La vendemmia nasce nell’antica Roma, e lo dice il termine stesso; “vendemmia” proviene dal latino “vindimia”, che unisce “vinum” (vino) e “demere” (raccogliere). Sin da allora, dunque, designava la raccolta dell’uva destinata alla vinificazione. I romani adoravano questo periodo, tant’è che gli dedicarono una festività, i “vinalia rustica”, che cadeva ogni 19 Agosto. Ma non solo: chiamarono il mese di Settembre “mensis vindemialis” e lo consacrarono interamente alla vendemmia. In quei giorni, il lavoro nei vigneti veniva coniugato con feste e rituali in onore degli dei; i romani esprimevano così la loro gratitudine alle divinità per l’abbondanza del raccolto.
E qui torniamo al discorso iniziale: la vendemmia, al di là dell’importantissima funzione che ricopre a livello agricolo, è sempre stata un’attività ricca di significati. In primis rappresenta un momento di aggregazione fondamentale per la comunità agreste, un evento all’insegna della convivialità e della voglia di festeggiare. Ci si ritrova tutti insieme in vigna e la raccolta dell’uva viene celebrata con canti, stornelli, chiacchiere e risate. Il duro lavoro si alleggerisce lasciando il posto alla magia che impregna questa fase dell’anno agrario. Usanze e rituali abbondano, così come la superstizione. E una volta terminata la raccolta, ci si diverte tramite balli, degustazioni e musica rigorosamente suonata dal vivo. La vendemmia è una festa da condividere in compagnia.
In più, c’è un dato non trascurabile da prendere in considerazione: il vino produce ricchezza. E non solo in qualità di bevanda. L’enoturismo, ovvero il turismo del vino, ultimamente ha conosciuto un incremento eccezionale. Un  numero sempre maggiore di persone è attratto da mete che hanno fatto del vino la loro eccellenza. Si moltiplicano le visite alle cantine, ai grandi vigneti, alle aziende vinicole, per vivere esperienze che spaziano dal semplice giro di perlustrazione ai workshop, le attività all’aria aperta, le degustazioni, gli approfondimenti culturali sui “territori del vino”. Il valore del vino, di conseguenza, è inestimabile sia dal punto di vista economico ma anche socio-culturale: definisce l’identità di un luogo, ne sancisce le tradizioni, favorisce la socialità e la coesione sociale.
Continuando a parlare della vendemmia e delle sue usanze, notiamo che sono innumerevoli e variano da regione a regione. Si tratta di consuetudini secolari, ma per la maggior parte tuttora in uso: un modo per mantenere ben saldo il legame tra l’uomo e le proprie radici. Ma quali sono le tradizioni più diffuse nei vigneti d’Italia? Tanto per cominciare, prima ancora che la vendemmia inizi, la vigna dovrebbe essere benedetta da un sacerdote: questo gesto, oltre che a scacciare la malasorte e a porre il vigneto sotto la protezione divina, serve a garantire un raccolto vinicolo abbondante.
La data di inizio della vendemmia, solitamente, viene stabilita dopo un attento studio delle fasi lunari, che si pensa possano influire sull’uva e sulla sua pregiatezza. Si tratta più che altro di superstizioni, ma sono in pochi a non tenerle in conto. Per una buona vendemmia, dunque, ne andrebbe ponderato l’avvio con il calendario alla mano.
Il primo grappolo d’uva raccolto ha un’importanza decisiva. Lo si mostra a tutti i partecipanti, a volte lo si benedice, lo si passa di mano in mano, lo si condivide mangiandone qualche chicco a testa. Ciò assicurerebbe una buona riuscita della vendemmia e una copiosa raccolta di grappoli.
L’inizio della vendemmia è un momento cruciale: le tradizioni proliferano e sono tutte volte a propiziare il successo della pratica agricola. In molte regioni italiane, ad esempio, la prima persona che entra nel vigneto è determinante. Una classica figura di buon auspicio è la donna, che alcuni vogliono bionda e altri bruna. Costei sarebbe portatrice di fecondità.
E’ comune accompagnare la vendemmia con canti, stornelli e botta e risposta pepati tra i due sessi. Nelle Marche, per esempio, i più giovani erano soliti scambiarsi frasi di corteggiamento attraverso gli stornelli. Si faceva a gara a chi formulava la proposta più arguta, o a chi replicava con un’altrettanto arguta risposta. Gli adulti chiacchieravano tra loro del più e del meno. Si rideva molto, questo sì, e la fatica risultava dimezzata. In alcuni vigneti d’Italia, invece, si ritiene che la vendemmia vada svolta in silenzio: servirebbe a non risvegliare le entità naturali, che potrebbero vendicarsi rendendo l’uva di pessima qualità.
Vendemmiando, va fatta molta attenzione al numero di grappoli che contiene ogni cesta. Anche in questo caso, trionfa la superstizione: tuttavia, le credenze differiscono in ogni regione. Ad attirare la buona sorte potrebbe essere, a seconda del territorio, un numero pari o un numero dispari. Il numero pari sarebbe emblema di armonia, il numero dispari di straordinarietà.
Frequenti sono anche le usanze che riguardano il primo mosto, il succo dei grappoli schiacciati poco tempo prima: a scopo propiziatorio viene versato sul suolo oppure lo si usa per produrre il vino “apripista” dell’annata.
Lo spirito della vigna è una credenza popolare molto diffusa. Questo spirito veglierebbe sul vigneto proteggendolo costantemente; non è un caso che un gran numero di viticoltori gli dedichi preghiere o doni per attirarsi i suoi favori.
Esistono poi delle curiosità che voglio citare ispirandomi ancora una volta alla mia regione, le Marche. Torniamo per un momento alla raccolta dell’uva. I grappoli venivano inizialmente sistemati nelle ceste e, a filare ultimato, versati nelle cassette che con un biroccio (un carretto a due ruote) si trasportavano fino alla cantina. Lì le uve si scaricavano nelle “canà”, grandi vasche adibite alla pigiatura. Quindi iniziava il lavoro che uomini e donne compivano con i propri piedi, pigiando i chicchi per lasciar fuoriuscire il mosto. Il movimento era una sorta di saliscendi che coinvolgeva  in alternanza la punta e il tallone del piede. Questa operazione, a seconda della quantità d’uva raccolta, non era raro che durasse tre giorni di fila. L’elemento interessante è la leggenda che è stata imbastita attorno alla pigiatura: si narra che un conte, avendo notato che i pigiatori procedevano stancamente, mandò a chiamare un suonatore ambulante di organetto. Quando questi arrivò nella cantina, il conte gli chiese di suonare una ballata dal ritmo serrato e molto allegra. I pigiatori si rinvigorirono non appena la ascoltarono, si lasciarono trascinare dalla musica e diedero involontariamente vita a un ballo che fu chiamato “saltarello”: è tipico delle Marche e di molte regioni dell’Italia centrale, come il Lazio, l’Umbria e l’Abruzzo. Viene considerata una delle danze più antiche d’Italia; con la vendemmia ha dunque in comune, oltre che l’origine, le radici ancestrali.
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Settembre, il look del mese

 

Omaggio all’ametista, colore del mese di Settembre, con un look che lo esalta in modo divino: la gonna è lunga, fluttuante, a vita alta, composta da balze e increspature. Impreziosita dal tessuto di raso, sprigiona eleganza e lucentezza con un’impronta vagamente gipsy. La sua nuance, oltre che una gemma, rievoca un succoso grappolo di uva matura. E dato che siamo in epoca di vendemmia, il riferimento non è puramente casuale. Il viola simboleggia l’intensità dell’Autunno, è un preludio all’indistinta cupezza del nuovo ciclo stagionale. Considerata una tonalità magica, misteriosa, ipnotica, si collega a tutto ciò che è spirituale; favorisce il contatto con il nostro io più profondo e le nostre emozioni. La lunga gonna viola viene abbinata a un giacchino dagli accenti scintillanti che si apre sulla pelle nuda: tinto di squarci di blu e marrone, sembra richiamare i rami degli alberi che, ormai privi di foglie, si stagliano contro il cielo della sera.

 

 

Il look è firmato Fely Campo, un brand leader nel mondo del bridal e degli abiti da cerimonia fondato in Spagna, a Salamanca, nel 1997. Fely Campo, direttore creativo e fondatrice del marchio, nel corso degli anni ha dato vita anche a una linea di prèt-à-porter di lusso che viene presentata alla Mercedes Benz Fashion Week di Madrid. I codici stilistici di Fely Campo coniugano un impeccabile savoir faire artigianale con l’attenzione alla durabilità, qualità e raffinatezza dei capi. La ricerca costante di nuove forme e nuovi tessuti è finalizzata alla creazione di abiti che esaltano la femminilità e la sicurezza della donna che li indossa.

 

Settembre

 

A settembre succedono giorni di cielo sceso in terra. Si abbassa il ponte levatoio del suo castello in aria e giù per una scala azzurra il cielo si appoggia per un poco al suolo.
(Erri De Luca)

 

Caratteristiche

Nel Calendario Gregoriano, Settembre è il nono mese dell’anno e il primo dell’Autunno. Conta solo 30 giorni e sancisce l’affascinante transizione tra la stagione calda e la stagione fredda. A Settembre comincia la vendemmia, un periodo ricco di antichi rituali e tradizioni, e contemporaneamente alla raccolta dell’uva le foglie degli alberi iniziano a tingersi di magnifici colori. Nei campi, una volta terminata la lavorazione del terreno, ci si prepara per la semina. La scuola inizierà in tutte le regioni d’Italia intorno alla metà del mese, mentre il 22 Settembre si verificherà l’Equinozio d’Autunno: da quel momento in poi, il Sole ogni giorno tramonterà in media quattro minuti prima del solito.

Storia

I latini lo chiamavano September, da septem, perchè nel Calendario Romano (che iniziava a Marzo) era il settimo mese dell’anno. Per ben  due volte, nel corso dei secoli, il suo nome divenne “Germanico”: la prima volta nel 37, quando Caligola volle dedicare il mese a suo padre Germanico Giulio Cesare, la seconda nell’89, in occasione della vittoria dell’imperatore Cesare Domiziano Augusto Germanico sui Catti. Nel Calendario Rivoluzionario Francese a Settembre terminava l’anno, che alla metà del mese passava dal chiamarsi Fruttidoro a Vendemmiaio: quest’ultimo iniziava il 22 Settembre dopo una pausa di cinque o sei giorni, i cosiddetti Sanculottidi.

Segni Zodiacali

Tra il 22 e il 23 Settembre, la Vergine lascia il posto alla Bilancia.

Ricorrenze

L’8 Settembre si celebra la Natività della Beata Vergine Maria. Il 19 si festeggia San Gennaro, patrono di Napoli, mentre il 29 ricorre la solennità di San Michele Arcangelo (patrono della Polizia di Stato), San Gabriele Arcangelo e San Raffaele Arcangelo. Quest’anno, l’Equinozio d’Autunno cadrà il 22 Settembre alle ore 14.43.

Colore

Il colore di Settembre è il viola ametista, una nuance decisa e intensa.

Pietra Preziosa

La gemma del mese è lo zaffiro, uno dei “magnifici quattro” delle pietre preziose: gli altri tre sono il diamante, il rubino e lo smeraldo. Il nome zaffiro deriva dal greco “sappheiros”, ovvero “blu”. I Greci e i Romani già conoscevano questa gemma, proveniente dallo Sri Lanka; gli antichi Egizi la consideravano una pietra sacra, emblema di verità e giustizia. Nel Medioevo, lo zaffiro venne ribattezzato “pietra del vescovo” poichè il suo colore (che nella Bibbia simboleggiava la gloria di Dio) rappresentava i più alti valori spirituali dell’essere umano.

 

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Ultima settimana di Agosto: il nuovo tema della settimana

 

Dovrebbero metterle in una scatola le sere tiepide di fine estate, aria, riflessi e sogni compresi, per respirarle durante i primi freddi dell’inverno.
(Fabrizio Caramagna)

 

Inizia l’ultima settimana di Agosto. Il mese più caldo dell’anno sabato arriverà al capolinea e lascerà spazio a Settembre. Si avvicina il periodo della vendemmia, di sera i lampioni si accendono sempre più presto. Ma il 31 Agosto segna anche la fine dell’estate metereologica, che comprende i mesi di Giugno, Luglio e Agosto. In campagna si attende l’avvio dell’aratura dei campi, e intanto ci si appresta a dedicarsi alla raccolta dell’uva: sono istanti impareggiabili, all’insegna della convivialità e del lavoro di squadra. Con le vacanze ormai giunte al termine, le città tornano a riempirsi. Il tran tran quotidiano si rimette in moto, obbligandoci a relegare le puntate al mare nel weekend. E anche se il caldo non ne vuole sapere di andarsene, le giornate che si accorciano garantiscono un maggior numero di ore di buio e notti più fresche e arieggiate. La fine di Agosto, non va dimenticato, è il momento propizio per la formulazione di buoni propositi: il cambio di stagione favorisce la propositività, le svolte, l’ideazione di nuovi progetti. L’estate ci ricarica e rinvigorisce al punto tale da stimolarci a rimetterci in gioco. Molti, moltissimi di noi fanno coincidere Settembre con un giro di boa. L’energia è quella giusta per dare una sferzata alla propria vita, soprattutto quando ci si trascina in una quotidianità stagnante e sempre uguale. Che dire, allora? Prendiamo tutto il meglio dell’ultima tranche di estate, considerandola un’occasione per evolvere, cambiare direzione o rinnovarci interiormente. Perchè, come diceva Kierkegaard, “la vita può essere capita solo all’indietro, ma va vissuta in avanti”.

 

Il vino novello, un piacere tutto autunnale

 

Novembre, tempo di vino novello: in Italia è disponibile dal 30 Ottobre, e potrà essere commercializzato fino al 31 Dicembre. Molti festeggiano la sua immissione sul mercato a San Martino, in parte perchè così voleva la tradizione e in parte perchè, prima del decreto del Ministero delle Politiche Agricole del 2012, veniva venduto a partire dal 6 Novembre. Oggi tale data è stata anticipata, permettendoci di assaporare il suo aroma fruttato e il suo gusto fresco, vagamente frizzante, già dall’ inizio del mese. E’ un tipico vino aromatico il vino novello, il cui nome sembra sottolinearne la provenienza dalla vendemmia dello stesso anno in cui viene degustato. Affinchè possa essere definito “vino novello”, tuttavia, il Ministero delle Politiche Agricole ha stabilito una normativa ad hoc: deve possedere una gradazione alcolica che si attesta a un minimo di 11 gradi, contenere almeno un 40% di uve vinificate per macerazione carbonica e un 60% tramite processi di vinificazione tradizionali, e un massimo di zuccheri riduttori che ammonta a 10 grammi per litro. E’ stato fissato un limite anche per il procedimento di vinificazione, che non può oltrepassare i 10 giorni. Il vino novello, inoltre, va consumato “giovane”: ottenuto con livelli tannici bassissimi, è un “pronto da bere” da degustare per non oltre sei mesi dal suo imbottigliamento. Dopo questo periodo è soggetto a un deterioramento graduale, ma irreversibile, poichè si tratta di un tipo di vino che non possiede i requisiti affinchè possa “invecchiare bene”. La denominazione di vino novello riguarda, infine, solo i vini DOP (Denominazione di Origine Protetta) o IGP (Identificazione Geografica Protetta) sia fermi che frizzanti. Potrete trovare tutte queste informazioni sull’etichetta.

 

 

Bere vino a poca distanza dall’ ultima vendemmia è una tradizione remotissima che accomunava i Greci e i Romani: in Grecia, il vino novello veniva consumato in abbondanza durante le feste dedicate a Dioniso; nell’antica Roma, invece, si preferiva degustarlo in Autunno. Un po’ come avviene in Francia con il vin bourru, tanto per intenderci. Dire “vino novello”, però, non significa dire “vino nuovo”: il suo segno distintivo è la tecnica di vinificazione a macerazione carbonica a cui viene sottoposto il 40% dell’uva. Ma in cosa consiste esattamente questa tecnica? In sintesi, si inseriscono dei grappoli d’uva interi in un serbatoio saturo di anidride carbonica fino ad azzerare completamente l’ossigeno. I grappoli rimangono nel serbatoio per qualche ora o qualche giorno, a una temperatura di 25°; nel frattempo, la mancanza di ossigeno dà il via a un processo di fermentazione alcolica intracellulare. Gli zuccheri si tramutano in etanolo prima che l’uva venga pigiata al termine della macerazione. Il vino che si ottiene, il vino novello, possiede un dolcissimo sentore fruttato frammisto all’aroma del mosto.

 

 

Non è raro che il suo gusto rievochi quello di frutti quali la fragola, il mirtillo, il lampone o la ciliegia, perfettamente armonizzati con vaghi accenti floreali. La gradazione alcolica relativamente bassa rende possibile assaporare più di un calice di questo vino dal caratteristico color rubino. Degustarlo è un’esperienza sensoriale unica, impreziosita dal breve lasso di tempo in cui ci è consentito sperimentarla. La freschezza del vino novello fa sì che si sposi con molteplici cibi autunnali: il top viene raggiunto con il classico tagliere di salumi e formaggi, ma anche le castagne (specie a San Martino) rappresentano un abbinamento ideale. Zucche, funghi, legumi e formaggi di stagione come il pecorino compongono un connubio all’ insegna della delizia con il vino novello, per non parlare degli stuzzichini a base di pesce. Se al salato preferite il dolce, sarà perfetto accompagnare un dessert al cioccolato fondente alle note fruttate di questo vino.

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L’Alto Piemonte e il Gran Monferrato sono la “Città Europea del Vino 2024”

 

Autunno è anche uguale a vendemmia, uva, buon vino; ne abbiamo parlato spesso qui su VALIUM, di recente. E a tutti gli amanti del vino (ma non solo), oggi annuncio una bella notizia: la “Città Europea del Vino 2024” sarà italiana, più precisamente piemontese. Il riconoscimento, istituito da RECEVIN (Rete Europea delle Città del Vino), è andato infatti a 20 città comprese tra l’ Alto Piemonte e il Gran Monferrato, ed è stato consegnato il 4 Luglio scorso ai componenti degli enti territoriali locali in una sala del Parlamento Europeo di Bruxelles. Per tutto il 2024, dunque, nelle provincie di Alessandria, Biella, Novara, VCO e Vercelli si snoderà un ricco programma di degustazioni, convegni, incontri ed eventi vari che inneggerà alla produzione vitivinicola delle colline piemontesi. Enti, atenei, consorzi, imprese e realtà commerciali saranno coinvolti in una serie di iniziative, collaborazioni (anche a livello internazionale), ricerche di mercato ed approfondimenti focalizzati specificatamente sul territorio e sulle sue risorse enologiche, ottenendo un enorme riscontro in tema di promozione turistica e di vini pregiatissimi: pensiamo solo al Ghemme, al Gattinara, al Bramaterra…e ancora al Grignolino, al Barbera, al Dolcetto. Vantano tutti origini antichissime e un sapore corposo, intenso; sono considerati le icone della cultura eno-gastronomica delle rispettive aree di provenienza.

 

 

In lizza per il riconoscimento europeo erano anche Montepulciano (Siena) e San Clemente (Rimini), ma la “squadra” dei 20 comuni piemontesi ha avuto la meglio grazie (anche) alla propria motivazione: la documentazione prodotta dal Comitato Promotore, presieduto da Mario Arosio, ha persuaso il Consiglio dell’ Associazione Nazionale Città del Vino – che si occupa della selezione delle candidature – a puntare sul Gran Monferrato e l’Alto Piemonte. I comuni che fanno parte della “cordata” sono Acqui Terme, Barengo, Boca, Bogogno, Borgomanero, Briona, Brusnengo, Casale Monferrato, Fara Novarese, Gattinara, Ghemme, Grignasco, Maggiora, Mezzomerico, Ovada, Romagnano Sesia, Sizzano, Suno, Vigliano Biellese e Villa del Bosco.

 

 

Ma qual è la città che detiene attualmente lo scettro di “Città Europea del Vino”? Anche in questo caso si tratta di un agglomerato di comuni: per il 2023, il network RECEVIN ha eletto il Duoro (la storica zona vinicola portoghese) “Città Europea del Vino 2023”. Ne fanno parte 19 comuni.

 

 

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Ottobre

 

È il caro mese dell’anno quando
più dolci nubi il cielo del mattino
attraversano, e il passo di chi parte
trova foglie più fitte nel sentiero
che s’allontana.
(Attilio Bertolucci)

 

Il tempo vola, e siamo già arrivati al secondo mese dell’Autunno: dici “Ottobre” e pensi alla castagne, alle zucche, al tripudio di colori delle foglie, ad Halloween, ai funghi, ai campi di mais…Lo scrittore Ray Bradbury ha eletto questo mese ad uno dei leitmotiv dei suoi romanzi (pensiamo solo a “Paese d’ottobre” e “Il popolo dell’autunno”). Se Settembre ancora conserva un’impronta estiva, Ottobre ci accompagna, poetico e suggestivo, verso le brume di Novembre. Per il calendario romano era l’ottavo mese dell’ anno, da qui il nome di October, anche se l’imperatore Commodo lo ribattezzò Invictus. Tuttavia, la riforma ebbe vita breve: quando Commodo morì, tornò a chiamarsi October immediatamente. Il 13 del mese nell’antica Roma si onorava il dio Fontus, la divinità dei pozzi e delle fonti; i romani lo omaggiavano con offerte a base di vino, olio e ghirlande fiorite, che deponevano sul suo altare nei pressi del Gianicolo. A Ottobre la vendemmia si avvia a concludersi ed ha inizio il processo di vinificazione. In campagna ci si appresta ad arare i campi prima della semina del grano, e si va per funghi in cerca di varietà prelibate come i porcini, i finferli, i pioppini, i prataioli, gli ovoli, le mazze di tamburo e così via. Abbiamo parlato molte volte dei tipici frutti autunnali. Nell’ orto invece è tempo di broccoli, carote, cetrioli, cavolfiori, cachi, melanzane, tartufi, sedano, zucche, zucchine, menta, porri e cime di rapa, per citare solo alcune delle verdure di stagione. In Italia, tra le ricorrenze di Ottobre rientrano la festa dei Nonni e la festa degli Angeli Custodi: entrambe ricorrono il 2 del mese. Il 7 Ottobre si celebra la Madonna del Rosario e il 31, vigilia di Ognissanti, è dedicato ad Halloween, una festività di origine celtica ormai divenuta globale. Sul colore che contraddistingue Ottobre, le scelte sono discordi: qualcuno indica l’arancio (che rimanda alla zucca halloweeniana), altri optano per una palette nelle tonalità del foliage: rosso, giallo, arancio, vinaccia, beige, marrone e borgogna. A questo mese si associano due pietre, l’opale (che gli antichi Greci ritenevano possedesse virtù divinatorie) e la tormalina, considerata mistica e declinata in tutte le cromie dell’arcobaleno. Per quanto riguarda lo zodiaco, invece, Ottobre comprende i segni della Bilancia e dello Scorpione.

 

 

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