Le 10 città più vivibili d’Europa secondo l’Europe’s Best Cities Report 2024

 

Quali sono le città europee dove si vive meglio? Come ogni anno, la società canadese Resonance Consultancy ha stilato un report per rispondere a questa domanda. Leader nel settore turistico e con molteplici progetti di riqualificazione urbana al suo attivo, Resonance Consultancy ha preso in esame 180 metropoli popolate da oltre 500.000 abitanti. I criteri in base ai quali ha redatto la sua classifica sono stati essenzialmente tre, “livability”, “loveability” e “prosperity”. Ovvero: la qualità della vita (presenza o meno di aree verdi, piste ciclabili, luoghi in cui poter respirare aria pura), le opportunità di svago (movida, ristoranti, attività culturali e commerciali, locali adibiti all’intrattenimento) e la prosperità economica (grado di istruzione della popolazione, possibilità di impiego, reddito pro capite, collegamenti stradali, ferroviari e aeroportuali). La ricerca si è avvalsa di recensioni, testimonianze, statistiche e informazioni pubblicate sui social o comunque via web. ll risultato? Un elenco dettagliato delle 100 città europee più vivibili. Ho deciso di riportare le prime dieci, e vi svelo sin d’ora che la classifica include due metropoli italiane. Ma qual è la capitale che svetta al primo posto dell’Europe’s Best Cities Report 2024? Lo scoprirete solo leggendo…

 

10. MILANO

E’ la sua prima volta nella top ten, ma debutta in grande stile: la capitale della moda e del design a livello mondiale è anche il più importante polo economico e finanziario del Paese e abbonda di località esclusive che attirano visitatori o residenti più che benestanti. Milano, inoltre, viene considerata una città mitteleuropea e si accinge ad ospitare i XXV Giochi Olimpici Invernali del 2026 insieme a Cortina. Last but not least, pare che nel capoluogo lombardo ci si sposti sempre di più in bicicletta: un punto di forza che soddisfa i parametri associati all’ecosostenibilità.

 

9. ISTANBUL

Metropoli intrisa di fascino, crocevia tra Occidente e Oriente, Istanbul è stata recentemente valorizzata da opere di ristrutturazione realizzate nel 2023, in occasione dei 100 anni dalla nascita della Repubblica di Turchia. Il terminal sotterraneo per navi da crociera, il primo al mondo, è il fiore all’occhiello del suo lussuoso porto, Galataport, rimesso a nuovo grazie a un progetto miliardario.

 

8. AMSTERDAM

Una movida “depurata” dagli eccessi decantati da molti estimatori della capitale dei Paesi Bassi e le misure adottate dal sindaco per gestire l’emergenza dei profughi ucraini rientrano tra i punti di forza che sono valsi ad Amsterdam l’ottavo posto nella classifica delle Europe’s Best Cities.

 

7. BARCELLONA

Le splendide opere architettoniche di Antoni Gaudì, il massimo esponente del Modernismo catalano, il clima mite e la mentalità eco-friendly mantengono Barcellona saldamente ancorata alla Top Ten. Uno dei suoi atout è senz’altro rappresentato dal Consell de Cent, 20 isolati convertiti in una strada pedonale a cui i veicoli hanno accesso soltanto mantenendo una bassa velocità.

 

6. PRAGA

Vanta quattro Università che sono vere e proprie eccellenze accademiche, una movida frizzante e prezzi abbordabilissimi, ma la capitale della Repubblica Ceca brilla anche per l’ originalità delle sue Terme di Birra, una sfarzosa Spa che ruota completamente attorno alla bevanda alcolica fermentata: lì è possibile, tra l’altro, effettuare bagni alla birra, fare saune di cedro con essenze di luppolo e degustare un delizioso pane alla birra fatto in casa. Questa attrazione è stata considerata un ottimo esempio di come Praga abbia saputo rivitalizzare la propria economia.

 

5. MADRID

Di Madrid è stata celebrata, in particolare, la coscienza eco. Basti pensare al Parco di Santander: inaugurato nel 2007, si snoda per 116.000 metri quadrati che includono vasti spazi verdi dedicati anche allo sport e al benessere fisico. Con una vegetazione che riduce il consumo di acqua al minimo, un circuito di bio-salute e un numero incalcolabile di nuovi alberi adibiti ad assorbire anidride carbonica in quantità, il Parco si è guadagnato l’elogio di Resonance Consultancy.

 

4.ROMA

L’ anno scorso era all’ ottavo posto dell’ Europe’s Best Cities Report, quest’anno è balzata al quarto: un avanzamento notevole, per la Città Eterna. Roma è un museo a cielo aperto, la sua storia e i suoi monumenti la rendono unica al mondo. Possiede, inoltre, molteplici aree verdi, una vita notturna frizzante e le case hanno prezzi accessibili. Recentemente, lo spirito imprenditoriale della città si è manifestato anche nell’edificazione di svariati luxury hotel.

 

3. BERLINO

Un altro avanzamento: Berlino sale dal settimo posto del 2023 al terzo posto attuale. La capitale della Germania viene premiata per la cultura, in particolare per la Berlinale; il Festival Internazionale del Cinema di Berlino si tiene ogni anno a Febbraio e ha una durata di 11 giorni. Gli Special Olympics World Games ospitati l’estate scorsa sono stati un’importante dimostrazione dello spirito inclusivo della città, che non a caso è considerata la culla della cultura LGBT.

 

2. PARIGI

Parigi rimane stabile al secondo posto, favorita dalle Olimpiadi che avranno luogo proprio nella capitale francese tra Luglio e Agosto. In previsione dell’evento, sono state apportate numerose modifiche in chiave esosostenibile per migliorare la vivibilità della città: un maggior numero di piste ciclabili, aree pedonali e spazi dove potersi rilassare all’aria aperta. Il potenziamento della rete ciclabile dovrebbe proseguire fino al 2026.

 

1. LONDRA

In testa alla classifica per il secondo anno consecutivo, Londra svetta al primo posto grazie all’incredibile numero di turisti che sceglie di visitarla, apportando notevoli introiti per l’economia cittadina (si è stimato che nel 2022 ammontassero a 14,88 miliardi di euro). Il trasporto pubblico, considerato eccellente, è un altro dei suoi punti di forza; la linea Elizabeth, ultimamente, si è arricchita di nuove fermate e percorsi. In più, la capitale del Regno Unito attira un gran numero di studenti da ogni parte del globo, le start up nascono come funghi e ospita i ristoranti, gli hotel e i luoghi più spettacolari, come si prepara ad esserlo il giardino sospeso Camden Highline che dovrebbe essere inaugurato nel 2025: ispirandosi alla High Line di New York, si svilupperà lungo una vecchia linea ferroviaria e si estenderà per circa un chilometro e mezzo di lunghezza.

 

La colazione di oggi: il mandarino, la star dell’Inverno

 

Quando arriva l’Inverno, il mandarino è il frutto onnipresente sulla nostra tavola. Il suo nome si ispira a quello dei notabili della Cina imperiale, che erano soliti indossare un mantello color arancio; la pianta del mandarino, infatti, proviene dalla Cina del Sud. In Europa, nel XV secolo, la sua coltivazione si è estesa a partire da paesi dal clima mite quali la Spagna e il Portogallo. Oggi, i frutteti di mandarini sono diffusissimi anche in Italia: in regioni come la Sicilia, la Campania, la Calabria e la Liguria abbondano. Questo frutto della famiglia delle Rutacee, contraddistinto da una forma sferica leggermente appiattita, si declina in varietà molteplici; la Citrus Reticulata,  la Citrus Nobilis e la Citrus Clementina rappresentano le più note. In Sicilia spicca il mandarino tardivo di Ciaculli, un Presidio Slow Food, utilizzatissimo per la preparazione di gelatine, marmellate, liquori, gelati e granite. Il mandarino è un frutto tipico dei mesi freddi, si degusta da Dicembre a Marzo. Il suo colore è identico a quello del mantello sfoggiato dai notabili dell’ Impero Cinese; la buccia, porosa, racchiude un tripudio di spicchi succosi e ricchi di semi. Il gusto è dolcissimo: il mandarino è l’agrume che contiene la maggiore quantità di zuccheri. Non risulta eccessivamente calorico, ma la presenza di fruttosio in dosi massicce richiede che venga consumato con moderazione. C’è da dire, però, che il mandarino è estremamente ricco di proprietà e benefici. Scopriamoli insieme.

 

 

Il mandarino abbonda di vitamine, acqua, sali minerali, acqua e zuccheri solubili. Predomina la vitamina C (o acido ascorbico), di cui è una vera e propria miniera, affiancata dalle vitamine del gruppo B, A e P e dall’acido folico; tra i minerali presenti in grandi quantità figurano il potassio (benefico per i muscoli),  il magnesio, il ferro e il calcio. Il bromo, particolarmente copioso nel mandarino, svolge un’azione rilassante nei confronti del sistema nervoso centrale e concilia il sonno. La vitamina C, un potente antiossidante e micronutriente, neutralizza i radicali liberi mantenendo in salute i tessuti e le cellule; inoltre, rafforza il sistema immunitario e previene i malanni da raffreddamento. Il fruttosio garantisce un notevole apporto energetico, mentre le fibre, di cui il mandarino è ricco, dotano il frutto di un’alta digeribilità e regolarizzano l’intestino. Anche la buccia del mandarino contiene un antiossidante dalle molte proprietà, il suo nome è limonene: oltre ad essere un valido disintossicante per il fegato, favorisce la produzione di serotonina e dopamina svolgendo un’azione ansiolitica e antidepressiva. Dalla buccia del mandarino viene estratto l’olio essenziale di mandarino, molto utilizzato in aromaterapia ma anche per favorire il rilassamento e la digestione.

 

 

A colazione, i mandarini possono essere consumati sotto forma di frutta, anche candita, e deliziose marmellate. Ma a base di mandarino è possibile preparare un numero illimitato di torte, dolci e biscotti ad alto tasso di golosità: cercate le ricette in rete, non avrete che l’imbarazzo della scelta.

 

 

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Neve in città

 

Quante lezioni di fede e bellezza perderemmo, se non ci fosse l’inverno nel nostro anno.
(Thomas Wentworth Higginson)

 

In Scandinavia il nuovo anno ha portato un’ondata di gelo senza pari: le temperature sono scese al di sotto dei – 40° centigradi, neve e ghiaccio imperano, il vento soffia forte. E a cominciare proprio da oggi, sembra che il freddo artico raggiungerà anche l’Italia. Niente a che vedere con i rigori del Nord Europa, naturalmente, ma le nevicate non dovrebbero mancare. In sintesi: l’Inverno è davvero arrivato. Chi come me lo ama, però, ne accetta anche i lati più estremi. Coglie la magia della neve, rimane incantato davanti ai riflessi dei cristalli di ghiaccio…adora l’aspetto che assumono le lande, le foreste, le città imbiancate, perchè cambiano completamente volto e sembrano uscite da una fiaba. E’ da questo spunto che nasce la photostory di stamattina: la neve che ammanta i centri abitati. Gli scatti immortalano tutte città europee, per compiere un immaginario viaggio all’interno del nostro continente. Avete mai visitato qualcuno dei luoghi che includo nella gallery? E quale tra i tanti siete in grado di riconoscere? Fatemelo sapere nei commenti.

 

 

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10 +1 dolci natalizi della tradizione europea

 

La magia del Natale, e di Dicembre in generale, coinvolge anche il palato: non esiste un mese più ricco di tipicità dolciarie. E i dolci natalizi rappresentano una tradizione diffusa in tutto il mondo. Ogni paese in cui vige il Cristianesimo ha il proprio dessert, la propria delizia pasticcera. E’ bellissimo scoprire le caratteristiche di queste golosità internazionali: ci permette di ampliare le nostre conoscenze, ma anche di saperne di più sul legame che intercorre tra un luogo e i suoi dolci tradizionali. Oggi scopriremo 10 + 1 leccornie europee tipicamente natalizie.

 

Italia: il Panettone

Proveniente da Milano, è il dolce-simbolo del Natale italiano. Ha una forma cilindrica che prende le sembianze di una cupola  (definita “a cappello da cuoco”) nella parte superiore. Internamente, la pasta del panettone è molto soffice e viene costellata da canditi e uvette che decorano anche il suo “cappello”. Del dolce esistono svariate versioni: al cioccolato, alla vaniglia, al limone, al pistacchio siciliano, ai frutti di bosco…ma diventa ancora più squisito quando viene ricoperto da un invitante strato di glassa.

 

Germania: lo Stollen

Questo dolce antichissimo, ideato a Dresda, vanta origini che risalgono al XIV secolo. Ha l’aspetto di un pane e la dolcezza è il suo plus: l’impasto, ricco di burro, contiene un tripudio di canditi, mandorle e uvette. Lo zucchero a velo che lo ricopre interamente non fa che accrescere la sua delizia.

 

Francia: la Bûche de Noël

E’ l’equivalente del nostro Tronchetto di Natale: esternamente riproduce un tronco d’albero completamente ricoperto di cioccolato, mentre al suo interno contiene del soffice pan di spagna farcito al cioccolato o alla marmellata. Si ispira alla tradizione del “ceppo di Yule” (rileggi qui l’articolo che VALIUM gli ha dedicato), ed è un’autentica golosità diffusa in tutta la Francia e nei paesi francofoni.

 

Gran Bretagna: il Christmas Pudding

E’ un dolce della tradizione natalizia britannica, ma anche irlandese e statunitense. Si presenta come un budino di frutta secca e viene servito durante la cena della vigilia. Sfoggia una forma arrotondata, più precisamente semi-ovale; la parte superiore è sormontata da un agrifoglio o altri ornamenti. Tra gli ingredienti che compongono la sua ricetta troviamo le uova, lo zucchero, le mandorle, la melassa, i canditi, le spezie e il rum. Nacque ispirandosi ad alcuni cibi medievali e nel XVI secolo spopolava già in tutta l’Inghilterra.

 

Ungheria: il Bejgli

Questo dolce tradizionale ungherese viene consumato sia a Natale che a Pasqua. Può essere descritto come un rotolo a base di noci o semi di papavero; entrambe le versioni contengono uva passa e rum, mentre le noci e i semi di papavero sono rispettivamente tritate e macinati. Non è raro che il Bejgli venga farcito con marmellata di albicocche: una delizia per il palato e per gli occhi.

 

Polonia: il Piernik

Il Piernik, un pan dolce speziato rivestito di glassa al cioccolato, affonda le sue radici nelle steppe tra la Russia e la Polonia. “Piernik”, in polacco, significa letteramente “pan di zenzero”: ed  è proprio il pan di zenzero il suo ingrediente principale. Oltre al profumo dello zenzero risaltano quelli del cacao, della cannella e della noce moscata. Il punto di forza del dolce, però, è la farcitura di  marmellata di prugne; lasciata fermentare per un buon lasso di tempo, la confettura dona al Piernik un sapore ineguagliabile.

 

Austria: i Vanillekipferl

Sono biscotti alla vaniglia dalla caratteristica forma a mezzaluna. In Austria vengono preparati già dai primi giorni di Dicembre, ma per gustarli si attende rigorosamente la vigilia di Natale. Di solito li si accompagna a una buona tazza di cioccolata calda: la loro golosità viene così duplicata. I Vanillekipferl hanno un’origine curiosa. Pare infatti che vennero inventati a Vienna nel 1600, in seguito alla vittoria degli austro-ungarici sull’esercito ottomano; per celebrare l’evento, i pasticceri cittadini si ispirarono alla bandiera turca e prepararono questi biscotti a mezzaluna.

 

Spagna: il Roscòn de Reyes

E’ un dolce del periodo natalizio: fino a poco tempo fa si preparava esclusivamente il 6 Gennaio, in occasione dell’Epifania, per celebrare l’arrivo dei Re Magi. E’ in quella data che i bambini spagnoli ricevono i regali, portati di casa in casa direttamente da Gaspare, Melchiorre e Baldassarre. La cosiddetta “ciambella dei Re Magi” vanta un impasto morbidissimo a base di uova, burro e acqua di fiori d’arancio; all’esterno risalta invece un tripudio di frutta candita multicolore, granella di zucchero e mandorle.

 

Svezia: i Lussekatter

I “gatti di Santa Lucia” svedesi sono brioches composte da uvetta e zafferano preparate a partire dal 13 Dicembre. Dolci tradizionali di Santa Lucia, caratterizzano tutto il periodo natalizio e sono molto conosciuti anche oltre i confini della penisola scandinava. Hanno una forma ad S, una consistenza morbidissima; nati in Svezia nel XVII secolo, vennero aromatizzati allo zafferano affinchè acquisissero una profonda luminosità. Le origini delle brioches, infatti, si intrecciano con una leggenda che vede protagonisti il diavolo e Gesù Bambino: quest’ultimo donò i Lussekatter a dei bambini che venivano infastiditi dal maligno sotto le sembianze di un gatto. Il giallo intenso dei dolcetti, simbolo di luce, lo avrebbe costretto alla fuga.

 

Danimarca e Norvegia: il Kransekake

La sua forma conica ricorda un albero di Natale. La struttura del Krasenkake consta di molteplici anelli posti l’uno sopra l’altro: tra i loro ingredienti spiccano le mandorle, lo zucchero e gli albumi d’uovo. Le guarnizioni della torta sono essenzialmente a base di abbondante glassa bianca. Il dolce, consumato anche a Capodanno e in occasione dei matrimoni, viene gustato dopo aver separato ad uno ad uno tutti gli anelli che lo compongono.

 

Danimarca: le æbleskiver

Sono bignè fritti, dalla forma sferica e abbondantemente cosparsi di zucchero a velo. Leggere e morbidissime, le æbleskiver si avvalgono di un impasto semplice a base di latte, uova e zucchero, ma vengono in genere aromatizzate con il cardamomo e la scorza di limone. Il ripieno di marmellata al loro interno le rende ancora più golose: predomina quella di ribes, more, fragole e lamponi.

 

Foto della Buche de Noel diJebulon, CC0, da Wikimedia Commons

Foto del Krasenkake di Lorie Shaull, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, da Wikimedia Commons

 

La cioccolata calda? Preparata all’americana raddoppia la sua delizia

 

E’ la delizia dell’ inverno, e si comincia a degustare proprio quando arrivano i primi freddi: la cioccolata calda, che in Europa si diffuse con l’arrivo dall’ America dei semi di cacao, in questo periodo dell’anno è un must. Prepararla è molto semplice, basta miscelare insieme ingredienti come il latte, il cacao, lo zucchero e il cioccolato. Gli americani, però, l’hanno resa ancora più golosa: sono soliti arricchirla con dosi abbondanti di panna montata, marshmallow (le sofficissime caramelle cilindriche a base di zucchero e gelatina), biscotti, cannella e così via. Se il freddo vi fa venir voglia di dolcezza e di un surplus di energia, non esitate a coccolarvi con una squisita cioccolata calda American style. Non c’è niente di meglio che consumarla davanti al focolare mentre fuori nevica, o quando il maltempo vi obbliga a restare a casa. Ma come si prepara la bevanda invernale più gettonata nel Paese a stelle e strisce? E’ sufficiente seguire pochi step.

 

 

Innanzitutto, dovete munirvi di un sacchetto di marshmallow. Poi procuratevi 150 g di cioccolato fondente, 400 ml di latte, 80 g di miele, 20 g di maizena (amido di mais, utilizzato come addensante), 1 cucchiaino di cannella in polvere, circa 20 g di cacao in polvere. Riducete in frammenti il cioccolato fondente prima di lasciarlo sciogliere a bagnomaria. In un pentolino, intanto, mettete il cacao in polvere, la maizena e 200 ml di latte; fateli riscaldare e mescolate bene per impedire che si formino grumi. Continuando a mescolare, unite quindi il miele, la cannella e i restanti 200 ml di latte al composto. Aggiungete infine il cioccolato fuso e amalgamate il tutto finchè la miscela non risulterà sufficientemente densa: a quel punto, la cioccolata calda potrà essere versata nelle tazze, dove immergerete anche un buon numero di marshmallow.

 

 

Se volete proprio strafare, realizzando un autentico capolavoro di golosità, seguite fino in fondo la ricetta American way: aggiungete la panna montata, del cioccolato a pezzetti (alcuni preferiscono la Nutella per “raddoppiare” il gusto di cacao), granelle di nocciole, mandorle, pistacchi e/o amaretti quanto basta per donare un sapore unico alla bevanda. La cioccolata, liquida e calda, permette ai marshmallow di sciogliersi in modo ideale; il risultato? Un preparato gustosissimo che fonde gli accenti amarognoli del fondente con la straordinaria dolcezza delle note caramelle made in USA.

 

La cioccolata calda con i marshmallow: un surplus di dolcezza

La cioccolata calda con panna, barrette e gocce di cioccolato: una delizia che non ha eguali

E voi, quale delle due scegliete? Optare per una miscela ad hoc di entrambi gli ingredienti è la soluzione ideale

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La colazione di oggi: tornano le arance, un must autunnale

 

A Novembre, puntuali, tornano a ravvivare il grigiore con il loro colore vibrante. Un colore che ha preso spunto dal loro nome, perchè è proprio alle arance che si ispira l’arancione. Proveniente dalla Cina e dall’Asia del sud-est, il Citrus Sinensis (questo il nome botanico dell’arancio, una pianta appartenente alla famiglia delle Rutacee) venne importato in Europa dai marinai portoghesi. Secondo alcuni studiosi il suo ingresso nel Vecchio Continente risalirebbe al XV secolo, mentre altri affermano che l’albero approdò in Italia, più precisamente in Sicilia, molto tempo prima grazie ai romani e passando per la Via della Seta. Nel IX secolo furono gli Arabi a reintrodurre l’arancio nell’isola, quando ebbe inizio la conquista islamica della Sicilia. Non è un caso che un frutto siciliano chiamato “melarancia” venga citato in più d’un libro della Roma antica: i tomi sono datati al I secolo d.C. E sempre nella città eterna, un arancio che San Domenico piantò intorno al 1200 fa bella mostra di sè nel chiostro del convento di Santa Sabina; tuttavia, non se ne conosce la provenienza. E’ certo, invece, che il termine “portogallo” equivalga a dire “arancia” in diverse lingue, tra cui il rumeno, il greco, l’arabo, l’albanese e l’italiano del 1800. Peraltro, il frutto del Citrus Sinensis prende il nome di “portogallo” in molti dialetti della nostra penisola: ciò sembra confermare, almeno apparentemente, la diffusione ad opera dei portoghesi della pianta.

 

 

Ma veniamo alle caratteristiche di questo frutto, tondeggiante e tinto di un vivace color arancio. Ha una forma sferica, una buccia spessa e increspata; la dolcezza dei suoi spicchi, succosissimi, contrasta con accenti aspri che ne rendono ancora più intrigante il sapore. Le arance cominciano a maturare a Novembre, mese in cui vengono raccolte le prime varietà. Un periodo ideale, considerando la loro efficacia nel prevenire i malanni della stagione fredda. Iniziare la giornata con delle arance, anche in versione spremuta, è un’ottima idea: regalano energia e sono ricche di vitamina C, un noto rafforzante del sistema immunitario. In più, contengono pochissime calorie e un indice glicemico talmente esiguo da permettere anche ai diabetici di consumarle. Le loro virtù sono innumerevoli: oltre a racchiudere acqua in dosi massicce, le arance sono un’autentica miniera di fibre come la pectina, la lignina e la cellulosa, che accentuano il senso di sazietà e fanno sì che gli zuccheri e i grassi vengano assorbiti in quantità moderate. Il licopene, contenuto soprattutto nelle arance rosse, è un carotenoide dalle spiccate doti antiossidanti e antinfiammatorie; contrasta le patologie cardiovascolari, oculari e ossee (come l’osteoporosi). La vitamina C è un po’ il “marchio di fabbrica” di questo frutto: favorisce un adeguato assorbimento del ferro e del calcio, è un potente antiossidante e un toccasana per le difese dell’organismo. La vitamina A (o retinolo) mantiene in salute la pelle e gli occhi e assicura un buon funzionamento sia del sistema immunitario che del metabolismo. Le vitamine del gruppo B, essenziali per la produzione dei globuli rossi, tengono sotto controllo i livelli di omocisteina e si rivelano portentose per il sistema nervoso. Tra i sali minerali contenuti nell’arancia risaltano il ferro (imprescindibile per il benessere del’organismo), il rame (antiossidante efficacissimo contro le patologie cardiovascolari), il potassio (ottimo per la salute dei muscoli) e il calcio (benefico in particolare per le ossa, i denti e la coagulazione sanguigna). Le antocianine e i polifenoli, di cui l’arancia abbonda, sono degli importanti antiossidanti.

 

 

I benefici che apporta il consumo di arance, quindi, sono molteplici. La vitamina C contrasta le infezioni potenziando le difese immunitarie, le fibre regolarizzano i livelli di colesterolo, gli antiossidanti combattono i radicali liberi e mantengono sotto controllo la pressione poichè fluidificano il flusso sanguigno. I citroflavonoidi contenuti nell’arancia, inoltre, svolgono una valida azione nei confronti della fragilità capillare. E non è finita qui: incrementando la formazione dei succhi gastrici, il frutto del Citrus Sinensis facilita la digestione, mentre la funzione antiossidante degli antociani incentiva il metabolismo. Le fibre, infine, hanno virtù diuretiche e impediscono ai grassi e agli zuccheri di essere assorbiti troppo velocemente (con buoni risultati anche per la linea).

 

 

Dell’ arancia esistono molte varietà, ammontano a oltre 100. Le differenze principali possono essere ricondotte a due tipologie: arance dolci e arance amare (le prime le compriamo dal fruttivendolo, le seconde si utilizzano in ambito cosmetico e per la produzione di marmellate dal gusto particolare), arance bionde e arance rosse (la distinzione riguarda essenzialmente il colore della loro buccia). Qualche nome delle numerose varianti? Ci sono le Navel, le Tarocco, le Moro, le Sanguinello, le Belladonna, le arance alla vaniglia…Ma quel che ci interessa ora è come includere questo succoso frutto nella prima colazione.

 

 

La classica spremuta d’arancia è un toccasana, però prima di prepararla bisognerebbe osservare qualche accorgimento. Innanzitutto, non va mai bevuta a digiuno: l’acido citrico contenuto nel frutto potrebbe risultare difficilmente digeribile o provocare acidità di stomaco. Sempre per questo motivo, chi soffre di patologie gastriche dovrebbe evitare l’aranciata o perlomeno consumarla dopo qualche pasto, foss’anche solo un toast o un dolcetto. Le arance possono essere mangiate a spicchi o tagliate a fette, lo spunto ideale per una prima colazione coi fiocchi: arricchiscono il porridge e i pancake, diventano deliziosi biscotti (se volete strafare, immergetele nel cioccolato fuso). Con il succo, la polpa e la scorza di arancia si preparano dolci sfiziosissimi, dalle torte al pan d’arancio siciliano, dai ciambelloni alla crema di arancia passando per i muffin, il rotolo e le crostate. Cercate qualche ricetta? Cliccate qui. E dato che a Natale manca poco più di un mese, vi suggerisco di provare le scorze di arance candite: sono una ghiottoneria unica (qui la ricetta), anche in questo caso – volendo – da intingere nel cioccolato fuso per esaltarne al massimo il sapore. Se invece optate per una colazione essenziale e super salutare, puntate sulla marmellata di arancio spalmata sulle fette biscottate o  su una fetta di pane; è una prelibatezza “minimal”, ma dalla bontà garantita.

 

 

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11 Novembre: San Martino, ma anche “festa dei cornuti”

Cesare Breveglieri, “San Martino” (1932)

 

“Da San Martino l’inverno è in cammino”, “Per San Martino si buca la botte del miglior vino”, “A San Martino il grano va al mulino”, “Chi vuol far buon vino zappi e poti a San Martino”, “A San Martino si sposa la figlia del contadino”…I proverbi sulla festa di San Martino, solennità che ricorre l’11 Novembre (VALIUM ne ha parlato qui), sono innumerevoli. Questa data, in effetti, ha sempre assunto un’importante valenza simbolica nel folklore italiano ed europeo: a San Martino venivano rinnovati i contratti agricoli, se ciò non avveniva i mezzadri erano costretti a traslocare; l’11 Novembre era una sorta di “Capodanno contadino”, poichè sanciva un decisivo passaggio stagionale. Non bisogna dimenticare, poi, che gli antichi Celti si erano insediati in molti paesi europei (tra cui la Francia, dove a Tours venne seppellito il corpo di San Martino), e festeggiavano il Capodanno proprio a cavallo tra Ottobre e Novembre. Con l’avvento del Cristianesimo, la Chiesa conferì il massimo risalto alla festa in onore del Santo, e finì per soppiantare i riti e le tradizioni celtiche del periodo. Tuttavia, soprattutto nell’ ambito della cultura agreste, quella data rimase perennemente associata a una fase di transizione: al Capodanno Celtico si sostituivano le celebrazioni commemorative di San Martino, nel Medioevo popolarissimo in tutto l’Occidente, ma la valenza rimaneva pressochè invariata. Con il passar del tempo, tuttavia, dalle tradizioni popolari è scaturita una nuova definizione per l’11 Novembre: festa dei cornuti. Ma cos’ha a che vedere tutto questo con il Santo? Assolutamente nulla.

 

 

Il nesso tra la “festa dei cornuti” e quella di San Martino è tuttora avvolto nel più fitto mistero. Alcune teorie, però, rimandano alle antiche fiere del bestiame che si tenevano proprio intorno all’11 Novembre: buoi, caproni e montoni sono dotati di corna, non a caso dire “becco” è come dire “cornuto”. Durante quelle fiere, il tradimento diventava una possibilità reale; gli uomini si allontanavano da casa e – tra caldarroste e vino novello – non mancava l’occasione di fare bisboccia, magari in compagnia di qualche gentil donzella. Le donne, rimaste a casa sole, cedevano facilmente alla tentazione di una scappatella. Le fiere duravano diversi giorni e permettevano di concedersi al mezzadro o a qualsivoglia spasimante. Il vino dell’ ultima vendemmia  fungeva da potente euforizzante: l’ebbrezza alcolica favoriva la spregiudicatezza, rendeva tutti più audaci. E spuntavano le corna…Una metafora ispirata, appunto, dalle corna del bestiame. Altre ipotesi riguardano il Capodanno Celtico e la Cabala ebraica. Partiamo subito dalla prima. Le celebrazioni dei Celti si concludevano attorno all’ 11 Novembre, e alcuni ritengono che durante quei festeggiamenti abbondassero la promiscuità e i rituali licenziosi. A tutto ciò si aggiunge l’utilizzo del corno potorio, un corno di bovide dal quale si beveva vino a fiumi: riappare l’associazione tra ebbrezza alcolica e spudoratezza, un’equazione che dà come risultato il tradimento. Nella Cabala ebraica, invece, il numero 11 viene collegato alle corna. Ma l’11 è altresi connesso con due termini che potremmo definire evocativi: “Dibah”, ovvero “maldicenza”, e “Zad”, che significa più o meno “impertinente”. E’ una spiegazione piuttosto nebulosa, ma rientra tra le ipotesi relative alle origini della “festa dei cornuti”. La teoria riguardante le fiere del bestiame risulta, tutto sommato, la più plausibile. Eppure, non c’è nessuna certezza. Quel che è certo è che in cittadine italiane come Roccagorga (in provincia di Latina), Santarcangelo di Romagna (in provincia di Rimini), Grottammare (in provincia di Ascoli Piceno) e Ruviano (in provincia di Caserta), la “festa dei cornuti” viene a tutt’oggi celebrata in un tripudio di giocosità e goliardia: un modo per mantenere vivo il legame con il mondo agreste e le sue tradizioni ancestrali.

 

Immagine di copertina: Fondazione Cariplo, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons

Foto del bestiame via Unsplash

 

Ore di luce di fine Settembre

 

 

“Non posso sopportare di perdere qualcosa di così prezioso come il sole autunnale restando in casa. Così ho trascorso quasi tutte le ore di luce nel cielo aperto.”
(Nathaniel Hawthorne)

 

L’Autunno ha già fatto il suo ingresso, ma è un fine Settembre caldo e assolato. L’anticiclone africano Apollo ha riportato le temperature a valori record in quasi tutta l’ Europa: nel weekend si prevede un rialzo di circa 10 gradi rispetto alle medie stagionali. E c’è chi ne approfitta per godersi gli ultimi sprazzi di sole all’aria aperta, usufruendo di spazi ormai privi del caos turistico e assaporando appieno le atmosfere, i suoni e la sensazione di libertà che ci regala la natura. La pace e la luce di inizio Autunno nutrono l’anima. Generano un mood sospeso, quasi metafisico: ci si sente in perfetta armonia con se stessi e con il creato. Le emozioni si acuiscono, le vibrazioni positive diventano quasi palpabili. E a una corsa verso il mare su una spiaggia deserta si alternano pause dedicate alla pratica Zen dello stone balancing e passeggiate in antichi villaggi di campagna. Tutti momenti che Meum Mare, su Pexels, immortala in scatti magnifici e impregnati di magia.

 

 

Foto: Meum Mare via Pexels

 

Verso Santiago

 

“Il giorno passa, musei, strade, negozi, giornali, cala una sera con la luna e nubi veloci, non sai chi è il fuggiasco e chi l’inseguitore. E di nuovo suonano le campane, prima tre brevi rintocchi, metallo contro metallo, rumore secco, senza melodia, poi dodici rintocchi sonori che scagliano le ore sulla strada e spezzano la notte a metà: l’ora dei fantasmi. La piazza è avvolta alternatamente di luce e di oscurità, tanto che sembra anch’essa in movimento, diventa un mare e la chiesa è un rimorchiatore diretto a Occidente, un’imbarcazione che si trascina dietro un paese, un paese come una nave che è grande come un paese. Una volta Antonio Machado chiese al Duero (il poeta chiede al fiume): la Castiglia non corre sempre verso il mare, proprio come lo stesso Duero, e cioè verso la morte e quello che viene dopo? Se è vero, è a quest’ora che lo si può vedere: a Puigcerdà, a Somport, a Irùn non soltanto la Castiglia, ma tutta la Spagna si stacca ancora una volta dall’ Europa, Santiago è il capitano sul rimorchiatore, la forma nera della cattedrale traina la nave di Aragona e di Castiglia e di tutte le regioni della Spagna fino all’oceano, e, appoggiato al parapetto, tra preghiere, brindisi e gran segni di commiato, il Grande Teatro della Spagna, Alfonso il Saggio e Filippo II, Teresa di Avila e san Giovanni della Croce, El Cid e Sancho Panza, Averroè e Seneca, l’Hadjib di Còrdoba e Abraham Benveniste, Gàrgoris e Habidis, Calderòn de la Barca, gli ebrei e i mori scacciati, i roghi dell’ Inquisizione e le suore esumate della guerra civile, Velàsquez e il duca di Alba, Francisco de Zurbaràn, Pizarro e Jovellanos, Gaudì e Baroja, i poeti del ’27, le marionette di Valle-Inclàn e il cagnolino di Goya, anarchici e vescovi mitrati, il piccolo dittatore e la regina ninfomane, il castello di Peñafiel sulla sua collina color zolfo, l’Alhambra rosata e la Valle dei Morti, amici e nemici, vivi e morti. La zona in cui un tempo si estendeva la meseta ora è un mare in tempesta, il frastuono è assordante, e poi, d’un tratto, come se il tempo stesso si fermasse, tutto è finito, il viaggiatore sente i propri passi sulle grandi lastre di pietra, vede il chiaro di luna sulle torri e sui palazzi severi e sa che dietro quelle fortificazioni del passato dev’esserci un’altra Spagna che forse non vuole più conoscere la sua, oppure non sa riconoscerla. Le sue deviazioni, le sue disgressioni sono giunte al termine. Il suo viaggio in Spagna è finito.”

Cees Nooteboom, da “Verso Santiago. Disgressioni sulle strade di Spagna”

 

 

Il girasole e le sue leggende

 

Botanicamente è l’Helianthus Annuus, un nome che fonde i termini greci “helios”, ovvero “sole”, e “anthos”, “fiore”. Ma anche la sua denominazione più nota, “girasole”, cita l’astro infuocato. Ciò perchè, in base ai principi dell’ eliotropismo, ha una corolla sempre orientata verso il sole. In realtà, ciò avviene quando è ancora nello stadio di bocciolo; dopo la fioritura punta laddove il sole sorge, ovvero ad est. Il girasole si associa al sole persino nell’aspetto: la forma tonda e i petali gialli disposti a raggiera fanno subito pensare alla stella più vicina alla Terra. Qualche mese dopo la semina, fissata tra Marzo e Aprile, i campi si tramutano in spettacolari distese color oro che ispirano gioia e buonumore. La particolarità che cattura immediatamente l’attenzione è l’imponenza dei girasoli: il loro stelo può raggiungere i due metri di altezza. La tonalità vibrante e la bellezza unica li annoverano tra i più richiesti fiori ornamentali, mentre i semi, ricchi di nutrienti, sono molto utilizzati in cucina.

 

 

Ma quali sono le origini del girasole? L’ Helianthus Annuus nasce nell’ America Meridionale, precisamente in Perù. Gli Incas lo coltivavano già nel 1000 a.C., e identificavano in questo fiore il loro dio del Sole: l’essere rivolto costantemente verso l’astro era un indizio del dialogo che intratteneva con lui. Il condottiero spagnolo Francisco Pizarro, che conquistò l’Impero Inca e fondò in seguito la città di Lima, fu il primo a scoprire la valenza divina assunta dal girasole  presso gli Incas. In Europa il fiore approdò nel XVI secolo, sia sotto forma di semi che delle innumerevoli riproduzioni in oro che la popolazione andina era solita dedicargli.

 

 

Gli antichi popoli, in generale, consideravano il girasole un emblema di immortalità. L’identificazione con il dio Sole, e quindi con la vita, era presente in un gran numero di culture, favorita anche dal fatto che questo fiore offriva semi commestibili e olio in abbondanza. Esistono leggende molto suggestive, sul girasole; la più celebre lo ricollega alla mitologia greca: Clizia, una giovane ninfa, era perdutamente innamorata di Apollo, il dio del Sole. Non poteva fare a meno di tenere gli occhi incollati al cielo, ogni volta che passava con il suo carro. Apollo, lusingato da tanta attenzione, riuscì a sedurla, ma poco tempo dopo la abbandonò. Clizia, disperata, pianse per nove giorni di seguito in un campo, fissando continuamente il sole. Secondo la leggenda, il suo corpo si immobilizzò fino a diventare uno stelo; i piedi presero le sembianze di radici, i capelli formarono una corolla di petali color giallo brillante: si era tramutata in un girasole, e ammirava il sole da mattina a sera. La leggenda è citata ne “Le metamorfosi” di Ovidio, ma non essendo il girasole ancora sbarcato dall’ America si pensa che possa riferirsi all’ eliotropio.

 

 

Un’ altra leggenda narra di un fiore molto solitario e malinconico. Aveva un aspetto particolare; non era considerato bello e tutti, nel campo in cui sorgeva, evitavano di stargli accanto. Così, il fiore passava le giornate ad ammirare il sole. Lo adorava a tal punto che il suo stelo, a furia di guardarlo, era cresciuto in altezza. Il fiore seguiva il percorso del sole con la sua corolla, e il sole non potè fare a meno di notarlo. Un giorno, incuriosito, l’astro chiese al fiore come mai era sempre solo e costui gli raccontò la sua triste storia. Il sole rimase molto impressionato da quel racconto e decise di aiutarlo: lo confortò e lo trasformò in un fiore alto, splendido e completamente tinto di giallo. Adesso era il fiore più bello di tutto il campo, e prese il nome di Girasole in onore della sua amicizia con l’astro.