Il giardino: come tramutarlo in un’oasi di frescura

 

Con le temperature roventi dell’anticiclone africano, il giardino si tramuta in un’oasi di frescura. L’antidoto al caldo ce lo offre, in gran parte, la natura: gli alberi, che garantiscono ombra e refrigerio, sono la risorsa principale; poi c’è l’acqua, portatrice di freschezza grazie alle fontane e ai giochi d’acqua che decorano gli spazi verdi. Anche l’uomo, ovviamente, può contribuire a ridurre la calura nel giardino. Ad esempio, installando specifici sistemi di nebulizzazione: sono in grado di diminuire la temperatura percepita di circa 8 gradi attraverso l’evaporazione dell’acqua. Oppure utilizzando i ventilatori da esterno, che raffreddano l’aria accelerando la sua circolazione: nati con l’obiettivo di rinfrescare terrazzi, cortili e giardini, sono un’ottimo strumento per combattere l’afa.

 

 

I must per la frescura del giardino

L’operazione “frescura”, tuttavia, va ponderata sin dall’inizio. Passo dopo passo, con un’attenta strategia che, sollecitata da determinati input, non si rivela mai fallimentare. Scopriamoli insieme.

Alberi e piante

Come abbiamo già visto, sono fondamentali affinché il giardino diventi un’oasi di benessere e non un antro di calore infernale. Ma quali sono gli alberi più adatti a questo scopo? La risposta è molto semplice: le latifoglie con grandi chiome. Per sintetizzare l’azione di raffreddamento svolta dagli alberi, dobbiamo focalizzarci su due step: con le loro fronde, gli alberi bloccano i raggi del sole prima che inizino a surriscaldare il suolo. Grazie al processo dell’evapotraspirazione, inoltre, gli alberi compiono un’azione essenziale, quella di assorbire il calore per poi rilasciarlo sotto forma di vapore acqueo. Detto questo, per il giardino bisognerebbe preferire alberi dalla chioma ampia, fitta, altamente ombreggiante: tra i più rinfrescanti troviamo il tiglio, l’acero, la quercia, il faggio, il carrubo e il bagolaro, tutti in grado di mitigare il caldo torrido in tempi brevi.  Da non trascurare, poi, l’azione delle piante rampicanti, eccellenti alleate nell’operazione frescura: possono ricoprire i pergolati, svilupparsi lungo i muri, diffondersi su svariate superfici, impedendo a queste aree di accumulare calore e creando delle piacevoli zone d’ombra. Potete scegliere tra piante come l’edera, il glicine, il caprifoglio, la vite americana, il falso gelsomino…molte di loro, last but not least, sprigionano un delizioso profumo.

 

 

Il verde

L’erba del giardino, d’estate, non andrebbe tagliata completamente: un’altezza tra i 5 e i 7 cm permette al terreno di trattenere l’umidità. Anche pratiche come la pacciamatura favoriscono il benessere del suolo, impedendo che si secchi con l’arsura. La pacciamatura si esegue con materiali organici come il fieno, la paglia, le cortecce d’albero, oppure con materiali sintetici tipo i teli di plastica e il TNT. Questa operazione esplica un’ottima funzione protettiva nei confronti del terreno, mantenendolo ben idratato e salvaguardandolo sia dagli sbalzi termici che dalla crescita di erbe infestanti.

 

 

Parola d’ordine: ombreggiare

Via libera a pergolati, gazebo, tende, verande, aree ombreggiate dagli alberi in cui ritrovarsi e organizzare bei momenti conviviali oppure di relax.

Scegliere i materiali giusti

In giardino, non c’è bisogno di dirlo, andrebbero evitati materiali come il cemento, la pietra scura e tutto ciò che è scuro, compreso il ferro di certi arredi. E’ sempre meglio prediligere pavimentazioni in decking legno, o comunque permeabili, che permettono all’acqua piovana di filtrare nel terreno sottostante. Altrimenti, optate per la classica ghiaia. Per quanto riguarda gli arredi e le decorazioni, come ho accennato qualche riga più avanti, la precedenza dovrebbe andare ai colori e ai materiali chiari (panna, beige, bianco, grigio perla): riflettono la maggior parte dei raggi solari senza assorbirne l’energia, evitando quindi di trasformarsi in calore.

 

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Il giardino d’estate: la tendenza dell'”outdoor dining”

 

Del giardino non si può smettere di parlare proprio in estate. Ma se negli articoli precedenti mi sono focalizzata sul green design, oggi approfondirò un’attività che, durante la stagione calda, è fortemente associata a questo spazio: le cene in giardino. Gli anglosassoni la chiamano “outdoor dining”, cenare all’aperto; è una piacevole abitudine diventata tendenza. Perchè piace così tanto? In primis perchè il giardino, così come viene concepito oggi (rileggi l’articolo cliccando su questo link), è un vero e proprio salotto al chiaro di luna. I fiori e le piante sono intervallati da fontane, lanterne, statue, elementi ornamentali… non manca mai un angolo dedicato al relax, con tanto di divani, tavolini, soffici cuscini e sedie in fibra naturale. Il giardino possiede tutto il fascino di uno spazio privato dove la convivialità viene vissuta al di fuori delle quattro mura. Il comfort, naturalmente, rimane un punto di forza: l’illuminazione giusta accentua la suggestività dell’atmosfera, che sia costituita da candele, catene luminose pensate per l’outdoor o lanterne orientaleggianti. Sono immancabili le piante che fungono da repellenti per ospiti “sgraditi” come le zanzare, tipo la citronella e il rosmarino. Ultimo, ma non per importanza, la frescura garantita dagli alberi è un dono da non trascurare: le folte fronde, che impediscono ai raggi solari di penetrare, e il processo di evapotraspirazione, tramite cui le foglie rilasciano umidità nell’aria, rappresentano un prezioso antidoto contro il calore.

 

 

Ma esistono altri motivi associati alla passione per le cene outdoor. Mangiare all’aperto è un’esperienza multisensoriale: il canto dei grilli o degli uccelli in sottofondo, la splendida scenografia naturale, il “tetto” di stelle, favoriscono un clima rilassato che accentua il gusto dei cibi. Tutto sembra avere un sapore più invitante, predisponendo gli ospiti al buonumore e a godere di momenti unici e irripetibili.  Se è presente anche un orto, poi, tanto di guadagnato: l’interesse per i prodotti a chilometro zero potrebbe rendere la cena all’aperto ancora più speciale.

 

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Il giardino e l’elemento acqua: un binomio dalle radici antichissime

 

Non tutti sanno che, in persiano, il termine “pairidaeza” significa “giardino recintato”: è un concetto che rimanda al Giardino dell’Eden, il luogo biblico, descritto nella Genesi, dove vivevano Adamo ed Eva prima di esserne cacciati. Il giardino, dai persiani, viene visto come uno spazio prezioso, un angolo paradisiaco delimitato da siepi e staccionate che ne accrescono l’esclusività. Il giardino non è per tutti, ma per chi sa scoprirne la bellezza; un gioiello nascosto che racchiude incanti e meraviglie. Una di queste è l’elemento acqua, presente nelle forme più svariate: fontane, vasche, torrenti, stagni, piccole cascate…tutti atti ad esaltare la percezione degli spazi e, grazie a riflessi e zampilli in  perpetuo movimento, a generare un’atmosfera di piacevole relax.  Bisogna aggiungere che l’acqua, valore architettonico a parte, possiede una forte valenza simbolica. L’acqua è vita. Irrora il giardino, lo nutre, è essenziale per la terra e per le piante. Nel giardino persiano, non a caso, scorrevano quattro corsi d’acqua ispirati alle quattro ramificazioni del fiume del Paradiso terrestre: il Pison, il Ghicon, il Tigri e l’Eufrate.  Queste diramazioni garantivano la sopravvivenza a tutti gli esseri viventi e accentuavano lo splendore della fauna e della flora locali.

 

 

Per gli antichi popoli, l’acqua é un elemento imprescindibile di ogni giardino. Pensiamo a quello degli Egizi, dove  è presente in virtù dell’importanza conferita al fiume Nilo, da sempre associato alla prosperità, alla vita e alla rinascita. Oppure al giardino dell’antica Roma, con i suoi specchi d’acqua circondati da statue, ninfei e maestosi colonnati. Anche nel giardino orientale l’acqua ha un valore emblematico determinante. Il giardino cinese include immancabilmente un lago che, con la mutevolezza dei suoi riflessi, rimanda al caposaldo buddista dell’impermanenza. Il lago del giardino cinese è costellato di rocce: sono una rappresentazione delle montagne sacre, dove dimorano gli immortali, ma anche della solidità dell’elemento maschile, lo Yang, che, fondendosi con quello fluido e armonico femminile, lo Yin, simbolizzato dall’acqua, mantiene in equilibrio le forze dell’Universo. Per i giapponesi, gli specchi d’acqua collocati nei giardini hanno un potente valore filosofico. Osservare il riflesso della luna sulla superficie immobile del laghetto è un esercizio di meditazione: insegna il valore del tempo che scorre, l’arte della pazienza e dell’attesa.

 

 

Acqua e giardino rimangono, a tutt’oggi, un binomio indissolubile. Nell’acqua si specchiano l’ambiente circostante, il cielo, la luce del sole e il chiarore della luna. L’acqua è cangiante, intrisa di bagliori. Dona sollievo e serenità. Insieme ai fiori, alle piante e alle rocce, dà vita a un incantevole scenario naturale. Non sono poche le persone che, attualmente, scelgono di inserire una piscina nel loro spazio verde: in questo modo, lo specchio d’acqua diventa fruibile a tutti gli effetti e permette la massima vivibilità del giardino. Con un sapiente utilizzo dell’illuminazione,  impostato su un dialogo costante tra tecnologia e natura, è possibile creare un “Eden” contraddistinto da un’atmosfera unica e irripetibile.

 

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L’arte topiaria: quando il giardino diventa scultura

 

Oggi ritorniamo in mezzo al verde, per la precisione in un giardino dal sapore antico. E lo facciamo per ammirare un tipo d’arte che coinvolge le piante e la loro forma: quest’ultima viene modellata, plasmata con estrema accuratezza, resa perfettamente geometrica. E’ così che l’albero, l’arbusto e la siepe diventano vere e proprie sculture ornamentali che donano un aspetto magico a qualsiasi giardino. Ma perchè ho detto “dal sapore antico”? Il motivo è ben preciso: l’arte topiaria, questo il suo nome, risale infatti nientemeno che ai tempi dell’antica Roma. Non è un caso che  “topiarius”, in latino, significhi “giardiniere”. L’arte topiaria riguarda una potatura specifica delle piante finalizzata a conferir loro una forma particolare, rigorosamente geometrica, che può rappresentare pattern architettonici o figure come persone e animali. Questo tipo di arte “green” si diffuse soprattutto durante la dinastia dei Flavi, ossia dal 69 al 96 d.C. Per plasmare le piante,  le si vincola a speciali strutture metalliche durante la loro crescita: in questo modo, si ottiene a poco a poco la forma desiderata. Naturalmente, il lavoro di potatura è molto importante per definirne l’aspetto; si dovrà intervenire di frequente per far sì che mantenga una geometria perfetta.

 

 

L’arte topiaria non restò circoscritta all’epoca latina; tra il 1500 e il 1700 fu utilizzatissima. Ne ritroviamo le tracce nei tipici giardini del Rinascimento italiano, dove la pianta acquisì un ruolo di centralità rispetto alla bellezza dei parchi. Per esaltare gli spazi verdi, il valore artistico assunto dalle siepi e dagli alberi divenne fondamentale: le piante “scolpite” sorprendevano il visitatore, lo riempivano di ammirazione e meraviglia. Ad essere tramutati in sculture erano in particolare i sempreverdi con foglie piccole e a crescita lenta: l’alloro, il bosso, il tasso, il cipresso…ciò permetteva di mantenere la forma a lungo senza necessitare di una continua potatura. L’arte topiaria veniva applicata a un gran numero di piante affinchè il giardino risultasse maestoso il più possibile. Oggi, invece, tende a concentrarsi su pochi esemplari per donare un tocco di unicità allo spazio verde. Una cosa è certa: in entrambi i casi, il forte impatto visivo è assicurato.

 

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Le erbe magiche di Halloween

 

Alle erbe, nel mondo antico, venivano attribuiti innumerevoli poteri. Innanzitutto, poteri terapeutici: le piante erano utilizzate per curare la maggior parte delle malattie. Ma esistevano anche erbe magiche che le streghe adoperavano per compiere incantesimi o durante i loro rituali. Pensate ad esempio alla mandragora, onnipresente nelle pozioni destinate a sortilegi di ogni tipo. La particolarità della sua radice, dalla forma quasi antropomorfa, ha contribuito ad alimentare la leggenda delle straordinarie virtù esoteriche di questa pianta. Si diceva che, mentre la si estraeva dal terreno, lanciasse grida talmente agghiaccianti da uccidere tutti coloro che le udivano. Anche dello stramonio, la cosiddetta “erba del diavolo”, le streghe facevano largo uso: dotato di poteri allucinogeni, alterava le percezioni e favoriva i “viaggi” extracorporei donando l’illusione di saper volare. Tra le erbe magiche non mancavano, naturalmente, quelle destinate alla ricorrenza di Samhain, oggi meglio conosciuta come Halloween. Scopriamo insieme quali erano e che proprietà avevano.

 

Le ghiande

Attiravano la fortuna e garantivano l’abbondanza e la fecondità.

La belladonna

Un potente allucinogeno con funzione anche protettiva: favoriva l’oblio degli amori passati e teneva lontane le forze oscure.

Le mele

Allungavano la vita e conducevano all’immortalità.

 

 

Le nocciole

Il loro consumo precedeva la divinazione, poichè la facilitava. Avevano il potere di incrementare la sapienza e l’ispirazione.

La salvia

Assicurava l’immortalità del corpo e della mente. Era un’erba protettiva che conferiva potenza e attirava il benessere economico.

La mulleina (o verbasco)

Teneva a debita distanza gli spiriti maligni, i demoni e le fattucchiere. Veniva anche utilizzata per sostituire la polvere del cimitero durante oscuri rituali.

Le rape

Abbondavano di virtù curative: depuravano, combattevano i radicali liberi e favorivano la digestione. Erano un potente afrodisiaco e un efficace amuleto contro la perfidia umana.

 

 

L’artemisia

Da questa pianta, il cui nome botanico è artemisia absinthium, si ricava l’assenzio. Erba-ponte tra il visibile e l’invisibile, provocava uno stato ipnotico ideale per la divinazione, l’interpretazione dei sogni e i presagi.

 

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Quando il giardino è da sogno: il Cottage Garden

 

Il bello del giardinaggio: le mani nello sporco, la testa baciata dal sole, il cuore vicino alla natura. Coltivare un giardino non significa nutrire solo il corpo, ma anche l’anima.
(Alfred Austin)

 

Maggio è il mese ideale per immergersi negli scenari da sogno che offre la natura. Uno di questi è senz’altro il giardino, ma un giardino molto particolare: il Cottage Garden tipicamente inglese. Ricordate l’articolo sulle Cotswolds che ho pubblicato due anni fa per la serie “Il luogo”? (potete rintracciarlo qui) Bene. In quelle zone, situate nel cuore dell’Inghilterra, potete ammirare molteplici esempi di Cottage Garden, il giardino che circonda i tradizionali cottage locali. Ma quali sono le sue caratteristiche? Innanzitutto, quella di affiancare gli ortaggi e gli alberi da frutto alle più disparate specie floreali. Non dimentichiamo che il Cottage Garden è un giardino di campagna, tenuto cioè a soddisfare requisiti in linea con le esigenze agresti. Potremmo quindi definirlo felicemente un “ibrido”, un po’ orto e un po’ giardino: nemmeno un briciolo del suo fascino ne verrà intaccato. Le sue radici affondano nell’800, quando il giardinaggio si tramutò in un’autentica passione per i cittadini d’Oltremanica. Anteriormente a quel periodo le case coloniche erano dotate di un “kitchen garden”, un orto sul retro circondato da alte mura; quel piccolo spazio si tramutò in un giardino in seguito all’ internazionalizzazione del commercio di frutta e verdura. Le piante e i fiori venivano scrupolosamente selezionati dalla padrona di casa, che valutava il loro potenziale ornamentale: la cura del giardino cominciò ad incarnare uno stile di vita che si impose definitivamente durante l’età vittoriana.

 

 

La seconda particolarità di un Cottage Garden è che è un giardino “in stile libero”: fiori, arbusti, bulbi, piante rampicanti, perenni e annuali compongono un variopinto mix. Questa varietà è uno dei suoi punti di forza, perchè risulta di straordinario impatto visivo. Ne mette in risalto, inoltre, la meraviglia e l’estro, che combina il verde con i più vivaci colori.

 

 

Per creare un Cottage Garden da sogno, andrebbero tenuti presenti questi aggettivi: idilliaco, romantico, campestre. La mescolanza di specie vegetali è il suo tratto distintivo, ma va realizzata in modo armonico. E soprattutto ragionato, tenendo conto dei bisogni delle piante; la corretta esposizione solare per esempio, o l’ideale tipologia di terreno. Il Cottage Garden è delimitato da uno steccato che, volendo, può essere tinteggiato con dei bei colori. La combinazione di piante e fiori dovrebbe essere attentamente ponderata anche dal punto di vista cromatico: alcune tonalità danno il meglio di sè, se abbinate tra loro. Per quanto riguarda i fiori, un valore aggiunto è costituito dal profumo. Tutto ciò che è insolito, stravagante e originale dona una marcia in più al giardino; gli archi di fiori, i pergolati, una fontana laddove non ce l’aspetteremmo catturano e deliziano l’occhio. Non è raro che, nei Cottage Garden più ampi, siano presenti dei corsi d’acqua o degli stagni che esaltano la meraviglia del luogo. Molto importanti sono anche i percorsi, i sentieri che attraversano lo spazio verde: solitamente si presentano sinuosi e si inoltrano con suggestività nella vegetazione. Un must assoluto è la presenza di rose rampicanti che decorano la facciata del cottage. Naturalmente, la cura riposta nella creazione di questa magnifica area deve risultare invisibile. Il Cottage Garden, oltre che alla natura, è un’ode alla naturalezza e alla spontaneità.

 

 

Quali piante e fiori scegliere, concretamente, per ornare il giardino di un cottage? Il mood rurale che lo pervade ci impone innanzitutto di includere dei fiori di campo: via libera all’aster, all’echinacea e all’helenium, poichè rievocano la margherita, così come ai papaveri, le campanule, i fiordalisi. Estremamente scenografici risultano il geranio, il garofano, l’achillea, l’alcea rosea; l’apice del fascino viene raggiunto però dalle rose, sia arbustive che rampicanti, insieme alle ortensie e alle peonie. I bulbi non mancano mai, nel Cottage Garden: predominano i muscari, i crocus, i narcisi, i tulipani, e abbondano le dalie e i gladioli.

 

 

Oltre che alle rose, nel Cottage Garden troviamo rampicanti splendidi come il glicine, il gelsomino, l’edera, la bignonia. Il girasole, la bocca di leone e l’anemone, il “fiore del vento”, donano un tocco di colore in più. La lavanda rapisce l’olfatto con il suo straordinario profumo. Tra le piante arbustive figurano invece il lillà, l’abelia e il rododendro.

 

 

Gli alberi presenti con maggior frequenza sono la magnolia, il pero e il melo, particolarmente sfarzosi quando sono in fiore.

 

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Focus sulla neve (che non cade più): tutti i benefici che apporta al nostro organismo e all’ecosistema

 

Silenziosamente, come i pensieri che vanno e vengono, i fiocchi di neve cadono, ognuno una gemma.
(William Hamilton Gibson)

 

Non so voi, ma io adoro la neve. Certo, sarà scomoda, soprattutto quando si tramuta in ghiaccio, ma tutto ciò per me non rappresenta un ostacolo. Al netto dei disagi, infatti, niente può eguagliare la magia dei fiocchi che cadono fitti, il candore di cui ammanta qualsiasi tipo di paesaggio. Eppure, l’Inverno 2023-2024 sembra proprio non volercela regalare: la neve non cade più, giornate simil-primaverili si susseguono una dietro l’altra mentre le temperature raggiungono una media quotidiana di 15 gradi. Il che non è affatto positivo. Ogni stagione ha le sue caratteristiche, e dovrebbe mantenerle per garantire l’equilibrio dell’ecosistema. Anche la neve, ad esempio, apporta molteplici benefici. Che sono importantissimi e per l’ambiente e per il nostro benessere. Coinvolgono la terra, la vegetazione, la qualità dell’aria…non è un caso che la saggezza popolare li abbia racchiusi in un significativo proverbio: “Sotto la neve pane, sotto la pioggia fame”, come recita un detto della civiltà contadina. Ogni agricoltore, infatti, è concorde nel dire che la neve di stagione è fondamentale per l’abbondanza del raccolto. Quel meraviglioso manto di candidi fiocchi è composto da acqua gelata che, una volta posatasi sul terreno, si scioglie lentamente irrigandolo in profondità e senza creare ristagni. La pioggia, invece, specie quando è scrosciante, non viene trattenuta dal suolo e perde completamente la sua funzione di risorsa idrica, importantissima anche ai fini di favorire la fertilità del suolo. Il rilascio continuo e costante di acqua attuato dalla neve ha il vantaggio di ammorbidire la terra e di prepararla ad accogliere ogni tipo di vegetazione, coltivazione e varietà floreale.

 

 

Sapevate che la neve è fatta anche d’aria? Ciò fa sì che rappresenti una sorta di isolante termico che tiene il ghiaccio a debita distanza: salvaguarda, cioè, la mitezza della temperatura evitando che le gelate danneggino le piante; il gelo non riesce a penetrare nelle loro radici e di questo beneficiano soprattutto gli ortaggi più delicati, quelli che matureranno in Primavera, come le fave, i piselli, le cipolle, l’aglio e via dicendo. Ma non solo. La coltre immacolata che si adagia sui campi allontana i parassiti e gli animali, impedendo che questi ultimi bruchino la vegetazione. Le funzioni più importanti esercitate dalla neve sono, dunque, quella idratante e quella isolante, essenziali per mantenere in equilibrio l’ecosistema boschivo e agricolo. In virtù di risorsa idrica,  la neve scongiura anche l’aridità e l’erosione provocata dallo scorrimento dell’acqua piovana sul terreno.

 

 

Si dice poi che la neve “purifica l’aria”. Ma quanto c’è di vero in tutto questo, e soprattutto, in che modo purifica l’ambiente? Innanzitutto, si tratta di un’affermazione correttissima. I fiocchi si originano nella troposfera, lo strato areiforme situato a contatto con la superficie terrestre, ogni volta che le temperature scendono a circa 5 gradi sottozero. Affinchè i cristalli di ghiaccio si posino sul suolo, l’aria e la superficie del terreno non devono oltrepassare, rispettivamente, gli zero e i due gradi. Mentre volteggiano impalpabili, i fiocchi assorbono azoto e ammoniaca in dosi massicce, ovvero due componenti delle dannosissime polveri sottili. Ne consegue che, ebbene sì, la neve purifica l’aria! In più, mentre nevica non gela (abbiamo già parlato dei requisiti che devono avere le temperature per favorire la discesa dei fiocchi), ma il freddo che ci circonda ha un potente effetto tonificante sulla nostra circolazione e ci aiuta a bruciare calorie: organizzate delle lunghe camminate per usufruire di tutti i benefici che porta con sé la magica coltre bianca.

 

 

Vi farà sicuramente piacere sapere che la neve ritarda l’invecchiamento: le temperature che scendono a picco determinano un rallentamento dell’attività cellulare e, di conseguenza, i tessuti invecchiano con calma. E’ risaputo, inoltre, che quando il clima si attesta intorno allo zero depura l’aria dai virus e dai batteri. Non è un caso che l’influenza “esploda” subito dopo il Solstizio d’Inverno o quando l’Inverno sta volgendo al termine: le temperature, in quei periodi, solitamente sono più alte e i microbi non vengono intaccati dall’azione disinfettante del freddo.

 

 

Al di là della sua bellezza, della meraviglia di cui ci riempie ogni volta che cade (speriamo di non dover dire “che cadeva” a causa dei cambiamenti climatici), la neve ha quindi una funzione fondamentale per preservare gli equilibri della natura e del nostro organismo. Spero che molti di voi, dopo aver letto questo articolo, tornino ad attenderla con gioia scacciando via dalla mente il pensiero che porti con sè solo disagi, scivolate e difficoltà durante gli spostamenti.

 

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Beatitudine

 

” Una meravigliosa serenità, simile a questo dolce mattino di primavera, mi è scesa nell’anima e io ne godo con tutto il mio cuore. Sono solo e sono lieto di essere vivo in questo luogo creato per anime come la mia. Sono così felice, mio caro, così perduto nel senso di questa serena esistenza che la mia arte ne soffre. Ora non saprei disegnare nemmeno una linea, eppure non sono mai stato un pittore così grande come in questi momenti. Quando la bella valle effonde intorno a me i suoi vapori e il sole alto investe l’impenetrabile tenebra di questo bosco e solo qua e là qualche raggio riesce a penetrare in questo sacrario, e io mi stendo nell’erba alta accanto al torrente e, così vicino alla terra, scopro le piante più diverse e più singolari; quando sento vicino al mio cuore il brulichio del piccolo mondo in mezzo agli steli, le innumerevoli, incomprensibili figure dei bruchi e degli insetti e sento la presenza dell’Onnipotente che ci ha creati secondo la Sua immagine, l’alito del Supremo Amore che ci porta e ci sostiene in un’eterna beatitudine; quando, oh, amico mio!, i miei occhi si smarriscono in questa vertigine e l’universo e il cielo riposano nella mia anima come la figura di una donna amata, io provo allora l’angoscia di un desiderio e penso: oh, se tu potessi esprimere tutto questo, se potessi effondere sulla carta lo spirito di ciò che in te vive con tanta pienezza e con tanto calore, in modo da farne lo specchio della tua anima, come la tua anima è lo specchio del Dio infinito! Amico mio, io mi sento morire e soccombo alla forza e alla magnificenza di queste immagini! “

Johann Wolfgang von Goethe, da “I dolori del giovane Werther”

 

 

La guazza di San Giovanni

 

“La guazza di San Giovanni guarisce tutti i malanni”

(Proverbio)

 

Se il Solstizio d’Estate inneggia alla potenza del Sole, la notte di San Giovanni è dominata dalla Luna sotto tutti gli aspetti: la magia che la pervade, le sue tradizioni ataviche, le credenze popolari, la rendono una delle ricorrenze più suggestive della stagione calda. E’ una “notte delle streghe” – a differenza di Halloween – priva di connotati orrorifici, focalizzata sui riti propiziatori e sulla divinazione. La conosciutissima “acqua di San Giovanni”, ad esempio, nasce sfruttando il potere benefico della Natura, della rugiada della notte tra il 23 e il 24 Giugno (che per i Celti possedeva virtù miracolose) e dei raggi lunari. La guazza veniva considerata un toccasana per la fertilità femminile, ma anche per mantenere la pelle giovane, guarire dalle malattie e rinfrancare lo spirito. Si pensava che favorisse la fortuna, soprattutto in amore. Per preparare l’ acqua di San Giovanni si soleva raccogliere erbe e fiori alla vigilia della festa del Santo: ginestre, iperico, menta, lavanda, camomilla, petali di rosa canina e coltivata, papaveri, fiordalisi, salvia, verbena, calendula, alloro, rosmarino, malva, artemisia, timo, maggiorana, sambuco, trifogli e ranuncoli erano le tipiche piante utilizzate. Subito dopo la raccolta, le “erbe magiche” venivano messe a bagno in un bacile. Il preparato doveva essere lasciato all’ aperto tutta la notte affinchè assorbisse la rugiada e gli influssi del chiarore lunare. La mattina del 24 Giugno, quindi, ci si lavava il viso e il corpo con questa portentosa acqua di fiori. L’usanza è stata tramandata fino a noi e rimane senza dubbio la tradizione più celebre associata alla notte di San Giovanni.

 

Solstizio d’Estate, il trionfo del Sole

 

Nullo sensibile in tutto lo mondo è più degno di farsi essemplo di Dio che ‘l sole.
(Dante Alighieri)

 

Mancano solo 13 minuti all’ arrivo dell’ Estate. Il Sole, oggi, sancisce il suo trionfo: è il giorno più lungo dell’ anno, le ore di luce prevalgono nettamente su quelle di buio. In Italia, considerando le differenze tra le varie latitudini, il Sole splenderà per circa 15 ore di fila. Ritorna la magia del Solstizio, da “Solstat”, in latino “il sole si ferma”. La potenza dell’ “astro infuocato” raggiunge l’apice, connettendo cielo e terra attraverso una straordinaria energia cosmica. Le piante acquisiscono virtù portentose, quelle aromatiche si bruciano nei tipici falò serali. I Druidi solevano raccogliere i ramoscelli di vischio (sempreverde sacro ai Celti) con una piccola falce dorata, simbolizzando l’unione tra la luna (la forma del falcetto) e il sole (lo splendore del metallo); la verbena era foriera di future ricchezze, la felce possedeva una valenza duplice: rivelava tesori occulti tramite i suoi semi e donava l’invisibilità a chiunque si impadronisse del suo fiore (un fiore che in realtà non è mai esistito). L’ artemisia proteggeva dalla negatività, mentre l’ iperico e la calendula racchiudevano l’ energia dei raggi solari. Poste sotto il cuscino, inoltre, le erbe del Solstizio permettevano di divinare il futuro per mezzo dei sogni. Il 21 Giugno, l’ anno arriva alla sua esatta metà. Il Cosmo inaugura un nuovo corso in cui predominano il Fuoco e l’ Acqua, il Sole e la Luna, il Maschile e il Femminile, elementi e principi opposti ma complementari. L’acqua, non a caso, rimane uno degli emblemi della notte di San Giovanni (il 24 Giugno), quando assume proprietà miracolose sotto forma di guazza: propizia la fertilità e conferisce benefici immensi alla pelle e ai capelli delle giovani donne. Il fuoco, la notte del Solstizio, ricorre nella tradizione dei falò: ognuno di essi simboleggia il vigore solare, lo celebra e sostiene a un tempo. Non dimentichiamo, infatti, che il progressivo declino dell’ astro inizia già a partire dal 22 Giugno. Gli antichi popoli europei erano soliti accendere i falò, ma non solo: nel buio risplendevano le fiaccole delle processioni, ruote di legno infuocate venivano fatte rotolare lungo le colline…Il fuoco possedeva anche una valenza purificatrice; teneva lontani i malanni così come gli spiriti maligni, che la notte del Solstizio accedevano liberamente al varco tra mondo visibile e invisibile. Le danze rituali attorno al fuoco e i salti sulle fiamme – se non ci si inceneriva gli abiti, la fortuna era garantita tutto l’ anno – proliferavano. Per sigillare il loro amore, gli amanti intrecciavano le mani su un falò. Il rimando all’ amore non era casuale: durante il Solstizio d’Estate, quando la natura è all’ apice della sua abbondanza, temi quali l’ accoppiamento e la fecondità diventavano pregnanti.

 

 

Per le popolazioni celtiche, il Solstizio era Litha: questo nome, ispirato alla dea sassone del grano, designa anche il sabbat della Ruota dell’ Anno celebrato tra il 19 e il 23 Giugno. Litha era l’equivalente di Demetra, la dea greca del raccolto e delle messi, e della divinità romana Cerere, che presiedeva alla fertilità. Con Litha, l’accento veniva posto sul ciclo perenne di morte e rinascita dei cereali. Una ballata quattrocentesca diffusa in Scozia e in Inghilterra, “John Barleycorn” (“Giovanni Chicco d’Orzo”), racconta proprio la storia dello “spirito dell’ orzo” che muore e poi rinasce come il dio Sole. Tornando ai Celti, un altro nome che diedero al Solstizio è Alban Heruin (“luce della spiaggia” o “della riva”). Collocato a metà dell’ anno, l’arrivo dell’ Estate era equiparato alla “terra di mezzo” generata dall’ incontro tra mare e terraferma: la spiaggia, appunto. E in ambito italiano, quali sono le figure più rappresentative del 21 Giugno? A San Giovanni Battista, la cui festa fu sovrapposta dalla Chiesa Cattolica alle celebrazioni pagane per il Solstizio, potremmo affiancare Giano, il dio Bifronte della tradizione romana. Giano è il simbolo per eccellenza delle Porte Solstiziali; significa “passaggio” il suo nome stesso e regna sui periodi di transizione, sui nuovi inizi esistenziali. I due volti del dio Bifronte sono rivolti uno al passato e uno al futuro. Nell’ antica Roma era veneratissimo, ma si suppone che il suo culto risalga a un’ età arcaica dove veniva inglobato a quello dei cicli naturali. Con il passar del tempo, Giano assunse una valenza sempre più importante: basti pensare che per i romani non aveva nè padre nè madre, era l’origine del tutto.

 

 

In questi tempi incerti, festeggiare il Solstizio d’Estate può rappresentare un punto fermo: un’ occasione per riconnettersi con la natura, per omaggiare il culmine della sua rigogliosità. Potremmo accendere un falò in giardino, o laddove ci è concesso (pare che i falò sulla spiaggia siano vietati in molte zone d’Italia), e arricchirlo di erbe aromatiche, rigorosamente nove, come la lavanda, l’artemisia, il timo, la ruta, il vischio, il finocchio, la verbena, la piantaggine e l’ iperico, la pianta che – secondo la leggenda – concentra in sè l’energia del sole. A proposito di iperico, le sue virtù fitoterapiche non vanno trascurate: rinforza il sistema immunitario, possiede spiccate proprietà antinfiammatorie e antidepressive. Ma se volete rimanere in ambito magico, raccoglietene in abbondanza per attirare la fortuna e per proteggervi dalle entità malvagie. Il giorno del Solstizio d’Estate, anticamente, veniva appeso sui portoni proprio per mantenerle a distanza.

 

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