L’autunno e l’odore di fumo

 

Da dove proviene l’odore di fumo che impregna i mesi autunnali? Dall’accensione dei camini, delle stufe a legna o a pellet con i primi freddi, certo, ma non solo. Partiamo, comunque, da questi sistemi di riscaldamento: capita spesso che l’utilizzo di legna umida o la fuliggine accumulatasi nella canna fumaria accentuino l’odore del fumo, con le sue note acri e dolciastre a un tempo. A tutto ciò contribuisce anche il fenomeno dell’inversione termica, tipico di stagioni quali l’autunno e l’inverno. Quando uno strato di aria calda va a sovrapporsi all’aria fredda presente a livello del suolo, forma una sorta di “cappa” che impedisce a entrambe di mescolarsi. Di conseguenza, i fumi e le polveri sottili rimangono bloccati in vicinanza del terreno e non riescono a disperdersi nell’alta atmosfera, soprattutto di sera o di primo mattino.

 

 

E’ molto facile, dunque, che il caratteristico odore di fumo si fonda con sentori olfattivi tipicamente autunnali, ad esempio quello dei composti organici rilasciati dalle foglie morte e quello della geosmina, una molecola prodotta dai batteri contenuti nella terra umida. Ne risulta un mix straordinariamente intenso, un vero e proprio trademark stagionale.

 

 

Alcuni hanno rinvenuto delle vaghe somiglianze tra l’odore del fumo di camino e quello del tabacco. In effetti, entrambi provengono dalla combustione incompleta di sostanze vegetali: la legna per il camino, le foglie di tabacco essiccate per il tabacco. Ma questo non è l’unico elemento che li accomuna. Tutti e due contengono, infatti, aldeidi, fenoli, perticolato e idrocarburi aromatici policiclici, che conferiscono il tipico sentore “affumicato” all’aria circostante. Tuttavia, l’aroma del tabacco (soprattutto quello presente nei sigari) ha accenti più dolci e vanigliati, mentre l’odore del fumo risulta leggermente acre, legnoso e resinoso.

 

 

Ma cosa evoca, in sintesi, l’odore di fumo dell’autunno? Ognuno può associarlo liberamente a determinate sensazioni, immagini o ricordi: il focolare della propria infanzia, un barbecue al limitare del bosco, le atmosfere raccolte e intime della stagione fredda. Oppure a particolari ambienti e sensazioni del presente e del passato. Perché non esiste nulla di più potente della memoria olfattiva.

 

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La Pasqua e i suoi proverbi


 

Per la civiltà agreste, Pasqua non è mai stata solo una festività religiosa: rappresentava un momento di svolta, il passaggio dall’inverno alla primavera. La bella stagione arrivava e la terra rinasceva, ritrovava la sua fecondità. Molti erano i rituali dedicati alla fertilità dei campi; il torpore invernale era ormai un ricordo e un nuovo ciclo agricolo poteva iniziare. Le comunità rurali conferivano un’estrema importanza al periodo pasquale. I frutti della terra costituivano il loro sostentamento e il risveglio della natura coincideva con un momento fondamentale: il ritorno della vita, della luce, del clima mite che favoriva la rigenerazione del suolo. Il terreno ricominciava a produrre e tutti i lavori agricoli puntavano a un obiettivo comune, ottenere un buon raccolto. Anche le uova consumate a Pasqua erano associate a una simbologia particolare: l’uovo rappresenta la vita che si rinnova, la trasformazione. Per questo donare uova era così importante; veniva considerato un gesto beneaugurante che propiziava la fertilità. I proverbi popolari riflettono in parte questo aspetto, in parte quello meteorologico, essenziale per generare un’effettiva rinascita primaverile.

 

 

Se piove per la Pasqua, la susina si imborzacchia.

 

 

Venga Pasqua quando si voglia, la vien con la frasca o con la foglia.

 

 

Chi fa il Ceppo al sole, fa la Pasqua al fuoco.

 

 

A Natale, mezzo pane; a Pasqua, mezzo vino.

 

 

Pasqua, voglia o non voglia non fu mai senza foglia.

 

 

Non è bella la Pasqua se non gocciola la frasca.

 

 

Per Pasqua e per Natale, nessun lasci il suo casale.

 

 

Pasqua in giove vendi la cappa e gettala a’ buoi.

 

 

L’agnello è buono anche dopo Pasqua.

 

 

Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi.

 

 

Pasqua tanto desiata, in un giorno è passata.

 

 

Quando San Giorgio viene in Pasqua, per il mondo c’è gran burrasca.

 

 

Non si può veder Pasqua, né dopo San Marco, né prima di San Benedetto.

 

 

Carnevale a casa d’altri, Pasqua a casa tua, Natale in corte.

 

 

Carnevale al sole, Pasqua molle.

 

 

Pasqua di Befana, la rapa perde l’anima.

 

 

Tra Pasqua e Pasqua non è vigilia fatta.

 

 

Chi vuole il malanno, abbia il mal’anno e la mala Pasqua.

 

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Nebbia, dal latino “nebula”

 

L’Autunno è la stagione delle prime nebbie. Un fenomeno affascinante per alcuni, fastidioso per altri. Ma vi siete mai chiesti cosa sia davvero quella nuvola immortalata tante volte nei film di Federico Fellini? Il termine nebbia ha origini latine: “nebula”, nell’antica Roma, poteva significare sia “nebbia” che “nuvola”. In effetti, la nebbia non è altro che una nuvola che si forma, anzichè nel cielo, direttamente sopra il suolo. In Autunno sorge soprattutto di sera, o di notte, quando le temperature si raffreddano considerevolmente e in modo repentino. Ma affinchè si formi la nebbia, è necessario che l’aria fredda raggiunga il cosiddetto “punto di rugiada”, che è quello in cui il vapore acqueo si condensa. Quando l’umidità arriva al 100%,  il vapore acqueo presente nella massa d’aria comincia a condensare originando fittissime e minuscole gocce d’acqua: una vera e propria nuvola a contatto con il suolo e sospesa nell’atmosfera.

 

 

Di giorno, il calore dei raggi del sole fa sì che le goccioline evaporino, tramutandosi in vapore acqueo. Ma quando scende la sera, e il freddo e l’umidità aumentano notevolmente, il vapore acqueo condensa, ovvero torna allo stato liquido, trasformandosi nelle goccioline d’acqua che compongono la nebbia. Quali sono i parametri per definire la nebbia, assicurarsi che si tratti di nebbia davvero e non di foschia? L’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha deliberato l’utilizzo del termine “nebbia” nel caso la visibilità risulti inferiore a un chilometro. Quando la visibilità è inferiore ai 30 metri, si parla di “nebbia densa”; se è compresa tra i 50 e i 30 metri di “nebbia fitta”, tra i 50 e i 200 metri di “nebbia spessa”. Con “foschia”, invece, si indica una riduzione della visibilità che va dall’uno ai cinque chilometri.

 

 

Esistono tanti tipi di nebbia: da irraggiamento, da avvezione, da umidificazione, frontale, sopraffusa, alta…Senza entrare troppo nei dettagli, voglio soffermarmi su una nebbia intrisa di meraviglia. Nelle aree artiche e antartiche, dove la temperatura oltrepassa abbondantemente il punto di congelamento (e può arrivare, per intenderci, fino a – 30 o – 40 gradi), il vapore acqueo si tramuta in microscopici cristalli di ghiaccio. Si parla dunque di “nebbia gelata”. Sempre in queste zone esiste poi una nebbia chiamata “polvere di diamante”: è una sorta di pioggia di aghi di ghiaccio che non riduce la visibilità e si manifesta con un cielo completamente limpido e soleggiato.

 

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“E’ mite il ghirigoro (pensato in disparte)”, una poesia di Mario Luzi

 

È mite il ghirigoro
                                   d’aria e luce
che accompagna
                            al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
perché rompo, persona,
il muto canto?
                                         Sarebbe
senza me uniforme,
pieno, invasato della propria inopia,
festoso.
                        Così scende
la vita, scende incontrastato,
pare, il suo sfacelo
a rigenerarsi nella morte
per il dopo, per il principio.

(da “Sotto specie umana”, Garzanti, 1999)

 

I colori di terra e il loro fascino naturale

 

L’Autunno è, per definizione, la stagione dei colori di terra. Questa tavolozza comprende un gran numero di cromie: spaziano dal marrone al rosso, dal giallo al verde, sfoggiando gradazioni intense e sommamente affascinanti. Ma come si ottengono, simili colori? La risposta è molto semplice: dai pigmenti. Che sono colore puro, colore nella sua quintessenza, colore in polvere estratto da una specifica materia prima. Parlando dei pigmenti in questione, i pigmenti naturali, va detto che si suddividono in diverse categorie; esistono i pigmenti di terra, vegetali, animali, minerali, e ogni gruppo include una serie di colori che lo contraddistingue. Nel nostro caso, quello dei colori di terra, appunto, ci si riferisce ai colori estratti da pigmenti minerali naturali quali gli ossidi di ferro, le argille, i silicati e gli ossidi di manganese, estratti dal suolo per cavatura e successivamente macinati e lavati: questo procedimento permette di ottenere pigmenti finissimi e ad alto grado di purezza. Il tipo di pigmenti, tanto per intenderci, che ritroviamo nei colori utilizzati dai pittori.

 

 

A dispetto di quanto si possa pensare, i colori di terra non sono costituiti da una gamma illimitata di marroni: ogni territorio vanta una tonalità che contraddistingue il suo suolo. Basti pensare alla Terra di Siena, dalle avvolgenti sfumature giallo-ocra, o alla terra dell’altopiano Brentonico, in Veneto, di un verde che vira al verde acqua. Oppure alla Terra di Vicenza, tendente al grigio; al Rosso Veneziano, dalle ammalianti sfumature scarlatte; al Nero di Roma, che spazia dall’antracite al nero intenso. Queste cromie sono determinate dagli elementi chimici predominanti nel sottosuolo: il giallo è associato a una netta prevalenza di idrossido di ferro, il marrone alla presenza massiccia di combustibili fossili come la lignite e la torba; il verde scaturisce dalla combinazione di alte dosi di silicati di potassio, silicati idrati di ferro, alcali e magnesio, mentre il rosso indica una preponderanza di ossido di ferro rosso, silicati amorfi, argille e sesquiossido di ferro, il componente base della ruggine. Il nero, infine, è originato dal predominio di scisti carboniosi fortemente argillosi.

 

 

Riassumendo, i colori di terra inglobano:

  • le gradazioni del giallo e dell’arancio, di cui fanno parte la Terra di Siena naturale, il giallo ocra, che troviamo nella Terra Gialla di Roma, il giallo in un range di sfumature della Terra Gialla di Verona e il Terra Arancio di Ercolano, un arancione vivace e vibrante.
  • le gradazioni del rosso, che includono la Terra di Siena bruciata, il Rosso Veneziano e il Rosso di Sardegna, un mix tra rosso e arancio.
  • le gradazioni del marrone, come la Terra d’Ombra naturale e bruciata, la Terra Bruna di Firenze, molto utilizzata da Michelangelo, e la Terra di Cassel, un marrone talmente scuro da tendere al nero.
  • le gradazioni del verde, tra i quali figurano il Verde Brentonico, un verde acqua sognante, la Terra Verde di Verona, che abbraccia varie gradazioni, e la Terra Verde Antica di Verona, le cui tonalità spaziano dal verde smeraldo al verde Giada.
  • le gradazioni dei bianchi, dei grigi e il nero, ad esempio la Terra di Vicenza, la Terra Bianca di Carrara, che è un bianco perlato e luminoso, e il Nero di Roma.

 

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Gennaio e i suoi proverbi

 

Gennaio e la saggezza popolare: come possiamo immaginare, sono moltissimi i proverbi riferiti al cuore dell’Inverno. Nel periodo di riposo della terra, quando la neve cade copiosa e il gelo cristallizza la natura in scheletrici arabeschi, si arresta qualsiasi attività agricola. Il suolo, ricoperto di ghiaccio, diventa una distesa arida e priva di vita. In un simile contesto è comprensibile che, anticamente, le popolazioni agresti identificassero l’Inverno con la morte: i mesi freddi trascorrevano in attesa della rinascita primaverile. Da questa condizione sono scaturiti proverbi per la maggior parte  inerenti alla produzione agricola e a tutti gli elementi che potessero influenzarla, sia nel bene che nel male. Non è un caso che tali detti fossero impregnati di superstizione: concentravano in pochi versi, ma di forte impatto, gli ammonimenti per l’intera comunità. Ne riporto alcuni qui di seguito.

 

 

Freddo e asciutto di Gennaio, empiono il granaio

 

 

A mezzo Gennaio, mezzo pane e mezzo pagliaio

 

 

Il buon Gennaio fa ricco il massaio

 

 

Felice il bottaio che pota in Gennaio

 

 

Non v’è gallina o gallinaccia che di Gennaio uova non faccia

 

 

A Gennaio: sotto la neve pane, sotto la pioggia fame

 

 

Primavera di Gennaio reca sempre un grande guaio

 

 

Gennaio fa il ponte e febbraio lo rompe

 

 

A Gennaio tutti i gatti nel gattaio

 

 

Quando canta il pigozzo (picchio) di Gennaio, tieni a mano il pagliaio

 

 

Freddo di gennaio, gela la pentola nel focolaio

 

 

Se Gennaio sta in camicia, marzo scoppia dalle risa

 

 

Chi vuole un buon agliaio, lo ponga di Gennaio

 

 

Gennaio ingenera, febbraio intenera

 

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William Shakespeare, Sonetto 130

 

Gli occhi della mia donna nulla hanno del sole,
il corallo è ben più rosso del rosso delle sue labbra;
se la neve è bianca, il suo seno è certo bruno,
se son setole i capelli, nere setole avrebbe in capo.
Ho visto rose screziate, rosse e bianche,
ma non vedo tali rose sulle sue gote;
e in certi olezzi vi è maggior delizia
che non nell’alito che la mia donna emana.
Io amo la sua voce eppure ben conosco
che la musica ha un suono molto più gradito;
ammetto che mai vidi l’inceder d’una dea:
la mia donna nel camminar calpesta il suolo.
Eppure, per il cielo, per me è talmente bella
quanto ogni altra donna falsamente decantata.

(da “Shakespeare. I sonetti”. Introduzione di Nemi D’Agostino, prefazione di Romana Rutelli, traduzione di Maria Antonietta Marelli. Garzanti editore)

 

Foglie morte

 

E’ mite il ghirigoro
d’aria e di luce
che accompagna
al suolo
la resa delle foglie
sui viali lungo il fiume.
(Mario Luzi)

 

Le foglie morte: un tratto distintivo dell’Autunno. Hanno molteplici colori, rappresentano una meraviglia stagionale sia prima che dopo essere cadute dai rami. Prima, perchè tingono i boschi e i parchi di tonalità mozzafiato, dopo, perchè danno vita ad autentici tappeti naturali fondamentali per la fertilità del suolo e per offrire riparo alla fauna selvatica. Ma le foglie morte ci ricordano anche l’inesorabile ciclo dell’esistenza: si muore per rinascere. Ecco perchè, a pochi giorni dall’Equinozio d’Autunno, ho deciso di regalarvi una photostory che inneggia alla bellezza e al tripudio cromatico delle falling leaves.

 

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A piedi nudi

 

Poter liberare i piedi dalla costrizione delle scarpe è uno dei più grandi piaceri che offre l’estate. Dona un incredibile senso di freschezza e libertà, e con Caronte che in questi giorni ha raggiunto il suo picco è un valido antidoto contro il caldo eccessivo. Camminare a piedi nudi su una superficie naturale, inoltre, è straordinariamente salutare. Sia che si tratti di una spiaggia, di una distesa erbosa, della riva di un fiume o del mare. Il contatto dell’ intera pianta del piede con il suolo ottimizza la postura naturale del nostro corpo e ci permette di muoverci in modo ideale; anche la circolazione e la traspirazione ne risentono positivamente. Passeggiare scalzi sulla battigia, con i piedi immersi nell’acqua, riduce il gonfiore degli arti inferiori grazie al massaggio naturale della risacca. Il corpo ritrova il suo equilibrio, i muscoli si tonificano, i fastidi legati agli errori di postura scompaiono immediatamente. Ma i benefici non finiscono qui. Riscoprire il contatto dei piedi con il suolo svolge un’azione antinfiammatoria su tutto l’organismo, neutralizza i radicali liberi, regolarizza la pressione e si rivela particolarmente vantaggioso per chi è affetto da ipertensione arteriosa. L’aspetto più importante del camminare scalzi, comunque, riguarda il benessere interiore: è una sorta di riflessologia plantare “fai-da-te” ed elimina lo stress, stimolando determinati centri nervosi che amplificano la sensazione di sintonia con il creato offerta da scenari quali la spiaggia o la vegetazione rigogliosa. Risulta ottimo, dunque, per scaricare la tensione, ma va praticato con lungimiranza: scegliete superfici adatte per evitare di interrompere bruscamente quello stato di grazia.

 

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